martedì 2 gennaio 2018

MY BEST OF 2017



 
 

Un anno che annovera le scomparse di Gregg Allman e Tom Petty non può che essere un anno di merda.

Le morti non sono tutte uguali, sarebbe ipocrita affermarlo, se quella dolorosissima di Gegg Allman, a proposito il suo epitaffio intitolato Southern Blood è una delle perle del 2017 tanto intenso, romantico e caldo, pregno di tutti quegli umori e aromi "sudisti" che rendono quella musica una delle espressioni più coinvolgenti in ambito blues, soul e rock n'roll, era in qualche modo annunciata visto le sue precarie condizioni di salute, quella di Tom Petty è stata un vero shock, tanto che ancora oggi a tre mesi di distanza si fa fatica a credere che sia successa. Nonostante avesse annunciato l'abbandono di tour estenuanti, ma non di concerti singoli, Tom Petty era ancora nel pieno della sua creatività, ancora disposto a rischiare con progetti diversi, come dimostrano i dischi e i concerti sotto la veste Mudcrutch, e nello stesso tempo impegnato a continuare l'esperienza con gli Heartbreakers, una band che a mio modo di vedere è la più sfavillante e completa rappresentazione del rock n'roll, Stones permettendo. Il fatto di averlo poi visto in un memorabile concerto ad Hyde Park lo scorso luglio, ampiamente documentato su questo blog, ha reso ancora più sconvolgente e dolorosa la sua scomparsa, aver partecipato a quel concerto non fa altro che aumentare il dispiacere e l'incredulità. Certo Bruce Springsteen nel 1981 a Zurigo rimane per me la folgorazione in assoluto, il concerto della vita,  e Little Feat a Londra nel 1977 il colpo di fortuna che ti insegna che di quella musica non ne potrai più fare a meno anche se hai solo 27 anni. Ma quei concerti e ci aggiungo anche gli Stones del 1970,  visto l'età di chi scrive, erano ancora eventi per così dire formativi di un sentire, di una sensibilità e di una emotività in crescita, mirabolanti avventure di un divenire uomo che capisce che, oltre agli affetti e agli amori, l'arte e in questo caso il rock può essere fonte di emozioni forti, appaganti, profonde e formative. Vedere Tom Petty a 67 anni è un'altra cosa, l'uomo è fatto e rifatto, le eccitazioni giovanili passate da un pezzo e il disincanto sempre lì pronto a ridimensionare l'emozione, la conoscenza del rock talmente allargata  da richiedere ogni tanto una resettazione per poter carpire una nuova brezza, eppure in quell' Hyde Park di una calda sera d'estate, per di più attanagliato nella folla e pronto a difendere ad ogni costo una postazione faticosamente guadagnata (non ho mai avuto il privilegio di un pit), provare di nuovo quella magia, quello shining elettrico, quell'emozione forte ed incontrollata, quel piacere estatico nel vedere e sentire una band che ti scartabella l' enciclopedia del rock n'roll con un artista così sorridente e a proprio agio da sembrare un tuo  fratello, ecco allora capisci che il rock n'roll non è solo una musica ma una ragione di vita, ancora adesso che vai verso i 70 e certe cose possono essere sembrare fuori luogo ad una certa età. Quello di Tom Petty and The Heartbreakers il 7 luglio 2017 a Londra è stato il concerto perfetto, non ce ne saranno più uguali. Purtroppo l'ultimo dell'amato seminole, andato via troppo presto da questo mondo confuso, ma ancora da vivere finché ci saranno artisti come Tom Petty capaci di regalarti un raggio di sole anche quando il buio e le brutture sembrano diventate la norma. Ci rimane il suo ricordo, la sua musica, i suoi dischi (come quelli di Gregg Allman), non è poco, ma se ci fosse ancora lui, diventato finalmente bello a 60 anni con quella barba da ribelle e quella camicia rossa, mi sentirei più in sintonia col mondo.
 

 Ma come si è soliti dire in questi casi, con quel tocco di cinismo e superficialità che è dovuto, the show must goes on e quindi andiamo avanti, citando i numerosi ottimi concerti regalati dall'anno appena trascorso, dalla potente e funambolica Tedeschi-Trucks Band all'Alcatraz di Milano agli irriducibili Rolling Stones di Parigi, dalla R&B revue in pasta newyorchese di Little Steven and The Disciples of Soul, sempre all'Alcatraz di Milano, ai semiesordienti The Shelters nello stesso Hyde Park di Petty, dalla esuberante Marcus King Band al set strepitosamente rocknrollistico di Alejandro Escovedo con Don Antonio, dall'arruffato e anarcoide Dan Stuart all' 1 e 35, locale che stoicamente resiste nel deserto nazionale della musica live, alla riesumazione dei Green On Red per via di Eddie Abbiati-Chris Cacavas & Dirty Devils al Teatro 89. Per non dire di Ian Hunter e la sua Rant Band al Bloom, i Gov't Mule a Trezzo e i Tinariwen a Lugano, tutti concerti che mi hanno mandato a casa contento. Ho bigiato lo show dei Dream Syndicate e mi spiace, ma avevo valide giustificazioni, non ultima il fatto che ho maturato una certa avversione  per i locali in cui ti mettono come sardine in scatola, ti fanno sudare come ai tropici e ti riempiono i timpani con un audio che necessita almeno una settimana per togliere gli acufeni dalle orecchie.  
 

Detto questo passo ai dischi e faccio mio ciò che l'amico Marco Denti ha scritto sul Buscadero di gennaio a proposito del resoconto discografico del 2017, allorché ha riportato una riflessione di Henry Rollins, rocker di cui non mi sono mai appassionato più di quel tanto, pur stimandolo.  "Qualche tempo fa Henry Rollins ha tenuto un discorso, tra il serio e il faceto, durante una delle sue performance. Lo scherno principale riguardava i cosiddetti dj che credono di “andare a suonare” e da lì Henry Rollins metteva alla gogna, senza tanti complimenti, tutta la musica costruita con un computer qui e un sampler là, senza tante idee e con uno stile non dissimile alla catena di montaggio. Tralasciamo i commenti esilaranti e il torpiloquio di Henry Rollins (comunque lo trovate in rete, con i sottotitoli in italiano) che però, sul finire della sua intemerata diceva che sarebbe ora di “sentire del vero rhythm and blues, del vero soul, del vero jazz e del vero rock’n’roll, basta che ci sia meno roba precotta”. Il discorso di Henry Rollins non fa una piega e sarà anche musica stagionata quella del My Best of 2017 ma è roba vera, senza troppi conservanti e coloranti, senza narcisismi e quella velleità di indicare ad ogni costo una strada o un futuro, visto che tanti di questi oracoli il più delle volte si esauriscono nel giro di qualche anno, lasciando solo fumo ed una sensazione di vacuità che ti fa diffidare della prossima new thing. Preferisco l'arrosto e i dischi che resistono al tempo, che li ascolti tra 5 o dieci anni e ti trasmettono ancora quel senso sano della musica costruita con le mani, il cuore ed il cervello. Ognuno ha i propri gusti, su questo non si discute e sinceramente l'età mi ha reso conservatore al riguardo, un prezzo da pagare al diventare vecchio, una sopraggiunta pigrizia nel girovagare i nuovi territori preferendo invece concentrarsi sulle cose e i generi con cui si è più in confidenza, magari perché  sedimentate da una frequentazione che nel tempo ha significato anche profondità conoscitiva, piacere delle sfumature e dei dettagli. Vai a quello che sai che ti possa piacere, senza perdere comunque la curiosità della scoperta, e se devi fare troppa fatica per farti piacere una cosa che sembra troppo strana, lasci perdere. Non c'è più il tempo di una volta, le cose corrono veloci e si esauriscono in fretta, non mi interessa essere sempre sul pezzo, sulla novità, preferisco riconoscere una segnaletica emotiva che 50 anni e più di ascolti privati e concerti pubblici mi hanno forgiato in termini di passione, piacere, sensibilità.  Se di Gregg Allman ed il suo commovente Southern Blood, a proposito compratevi la versione in vinile perché la copertina ed il collage fotografico all'interno sono da urlo, ho già detto, l'altro mio preferito dell'anno è  50 di Michael Chapman, vecchio, resuscitato folk-rocker inglese che con l'aiuto di Steve Gunn, un americano che in un video gira per l'umida e verde campagna inglese con una Triumph vintage, ha realizzato un disco sublime, sospeso tra folk e rock, con venature perfino psichedeliche ma di quella psichedelia dolce ed autunnale con cui le ballate si alimentano di suoni circolari che si ripetono in una sorta di mantra elettro-acustico avvolgente ed  ipnotizzante. Ne ho già scritto a proposito di The Old and The Young su questo blog lo scorso febbraio. Mi è capitato di riascoltare 50 dopo diversi mesi dall'uscita, in macchina lo scorso settembre mentre attraversavo l'ampia pianura  della Camargue tra paludi ed un cielo delirante di nuvole frastagliate, ed è stato un vero trip. E' un disco che libera la mente in uno sguardo estatico di ciò che ci circonda, una purezza rarefatta d' altri tempi, 50 di Michael Chapman è un disco che fa ancora sognare e viaggiare, il fatto che sia un veterano con una lunga discografia alle spalle, cresciuto ascoltando Big Bill Bronzy, Django Reinhardt e John Martyn, ad averlo pubblicato contraddice l'affermazione per cui le cose migliori vengono create solo in giovane età. Le pinacoteche sarebbero spoglie.
 

Giovanissimi invece sono Greta Van Fleet, tre fratelli Kiszka più un paio di amici provenienti da Frankenmuth nel Michigan, che cantano come i Led Zeppelin e pestano duro un hard-rock venato di blues che si concede ugualmente a versioni che stanno agli antipodi del loro sound chitarristico. Difatti con From The Fires , il loro primo vero album  assemblato con due Ep, sciorinano la loro giovanile verve hard-rockin' strizzando l'occhio al British blues come al rock di Detroit, per poi far capolino in una improbabile A Change Is Gonna Come di Sam Cooke pur priva delle modulazioni morbide e sensuali dell'autore ma comunque degna dell'illuminato e democratico messaggio della canzone, qui rivista in una versione più strillata e white middle-class ma solenne nel suo significato. E la stessa cosa si può dire di Meet On The Ledge di Richard Thompson resa nota dai Fairport Convention, qui rispettata nelle sue cadenze da ballata, impreziosita da un backing vocale e da un melodico assolo di chitarra. La voce metallica di Joshua Kriszka, i riff al serramanico e l'odore di benzina esalato da Black Smoke Rising sono il biglietto da visita di questo giovanissimo combo che la rivista Rolling Stone ha definito "una delle dieci band del 2017 che dovete assolutamente conoscere". Non è un disco imprescindibile From The Fires  ma i Greta Van Fleet sono una promessa, come lo sono stati gli Strypes qualche anno fa.
 

Non sono una novità i Dream Syndicate ritornati ad un disco in studio dopo ventotto anni con inalterata brillantezza ed indiscussa ruvidezza rock.  Tre originali, il cantante e chitarrista Steve Wynn, il bassista Mark Walton ed il batterista Dennis Duck, più il collaudato chitarrista Jason Victor e la presenza di vecchi amici quali Chris Cacavas e Kendra Smith, per un album, How Did I Find Myself Here?, apprezzato da pubblico e critica, che non sposta di una virgola il loro sound fatto di cascate elettriche e fiondate ritmiche dietro una voce, quella di Wynn, che sembra sempre uscire da un romanzo hard-boiled. Cinque tracce feroci all'insegna del grande sole nero losangeleno, una ballata imbambolata (Kendra's Dream) ed un brano, la title track, che da sola vale il prezzo del CD, una lunga e liquida immersione sonora tra jazz e psichedelia che non può che rimandare a John Coltrane Stereo Blues. Tanto di cappello a Wynn e soci, almeno questo sindacato non si è venduto al sistema e nonostante gli anni continua a far sognare. Di più stretto accento roots sono due dischi che seppure non memorabili danno ossigeno alla mia attenzione verso il rock americano più provinciale e rurale, fino a poco tempo fa la miglior espressione di una rinascita delle radici a colpi di chitarre e ballate younghiane. Non è un caso che Lukas Nelson, figlio del famoso Willie, e la sua band i Promise Of Real siano l'attuale band di  Neil Young. Il loro disco, non il primo, a loro nome è una piacevole mistura di ballate agresti, southern rock, country-soul, dolcezze acustiche e cavalcate texane, dosate con cura ed iniettate con alcune  spregiudicatezze. Lukas Nelson ha una voce importante che sconfina anche nel falsetto, la band è di prim'ordine. Un disco a suo modo originale il loro, per come sa camminare nei fangosi e inflazionati terreni di quello che veniva definito alternative country con qualche idea fresca, un disco non troppo distante da Chris Stepleton ma più melodico e nello stesso tempo con chitarre sguainate. Mi è capitato di vederli dal vivo lo scorso ottobre nel piccolo spazio del Cafè de la Danse di Parigi ed è stato un concerto robusto e piacevole, con tante sfaccettature. Lukas Nelson ha il phisique du role del troubadour, alto, barba e capelli neri, una presenza significativa sul palco, la band ha carattere e non lesina in efficacia rocknrollistica, nemmeno quando la canzone dispensa malinconie da loser, Carolina ondeggia sul border e Just Outside of Austin fa capire che nel loro set e nel loro disco c'è tutta la scuola dei songwriter texani. Lukas Nelson non tradisce i natali, è rispettoso del passato, quando interpreta Breakdown di Tom Petty, La Vie en Rose di Edith Piaf, Cinnamon Girl di Neil Young e After Midnight di J.J Cale,  ed intraprendente quando distorce una melodia che sarebbe troppo facile attribuire al background di famiglia.
 

 

Era diverso tempo che non mi avvicinavo ai Son Volt, avevo trovato alcuni loro dischi ripetitivi e stanchi, cosa che non succede, a mio modo di sentire, con Notes of Blue un lavoro dove si ritrovano tutti gli elementi costitutivi dell'ispirazione di Jay Farrar, ovvero i paesaggi desolati e lividi della provincia americana, le periferie urbane anonime, la solitudine e la strada, ma in questo caso rinnovati con una lucidità ed essenzialità che sembravano smarrite. Il disco è piuttosto corto, circa 30 minuti, ma è perfetto per la voce neniosa e monocorde di Farrar, che qui trascina la band come da tempo non capitava mettendo le sue chitarre in primo piano, davanti ad un combo (la batteria di Jacob Edwards, il piano di Mark Spencer, il violino di Gary Hunt, la pedal steel di Jason Kardong) che sa livellare asprezze elettriche non prive di feedback e rumori grungy con sfumature roots evocative di un mondo rurale che resiste alla modernità. Aspri (esemplare è Static), perduti in ballate che sembrano sfumare nel vuoto della provincia americana ( Cherokee St., Lost Souls), dolci e acustici (The Storm), disperati come lo possono essere ad altre latitudini i Richmond Fontaine, con cui condividono il deserto esistenziale di tante condizioni umane, i Son Volt di Notes Of Blue sono la quintessenza di un rock scritto sulle pagine ormai ingiallite e intristite di On The Road.
 

Chi continua da un po' di anni imperterrito sulla sua strada fatta di dischi apparentemente dimessi e folkie è John Mellencamp, il quale riduce al minimo anche le copertine dei suoi dischi, il packaging dell'ultimo disco è così misero da far incazzare. A partire da Life Death Love and Freedom e poi con No Better Than This e Plain Spoken John Mellencamp insegue una visione della musica americana fatta di ballate elettro-acustiche dove le amare considerazioni sullo stato della sua nazione, in termini socio-politici, si traducono in una tristezza di fondo che trova veste in un folk-blues di protesta con sopra il fantasma di Woody Guthrie. L'amarezza è spesso la linea conduttrice del disco, ed una certa monotonia, specie nei primi due titoli riportati sopra sono il limite di una poetica altamente nobile nei contenuti ma piuttosto deprimente musicalmente. Se Plain Spoken aveva agitato le acque in senso positivo, ancora di più lo fa Sad Clowns & Hillbillies che proprio l'aggiunta della cantante country Martina McBride rende vario e movimentato, quindi più accessibile ad ascolti prolungati, senza che il tedio prenda alla gola. Suonato magnificamente pur nel dosaggio spartano di strumenti che ci mettono solo l'indispensabile, cantato con l'usuale bagaglio arrochito di Mellencamp, Sad Clowns & Hillbillies è una collezione di canzoni che viaggiano sui ritmi di una tradizione di folk-rock-blues ereditata da Dylan di cui l'artista dell'Indiana sembra oggi il più resistente e sincero degli interpreti. Mi sono trovato ad ascoltare per parecchio tempo il disco senza stancarmene, e questo è un buon segno.

La recente riscoperta del folk anche in ambienti vicino all'indie e all'underground ha permesso una delle più felici e anomale uscite del 2017, il secondo album dell'americano Jake Xerxes Fussell, degno figlio di una famiglia di ricercatori e archivisti di folk, il padre Fred Fussell e sua moglie Cathy. Dopo gli studi approfonditi all'Università del Mississippi e l'incontro con degli importanti musicisti (Robert Wilkins, Steve Mann, Etta Baker) JXF ha realizzato con la produzione di William Tyler l'esordio nel 2015 e bissato lo scorso anno con il magnifico What In The Natural World. Assemblato un vero e proprio collettivo di musicisti (Nathan Bowles, Casey Toll, Nathan Golub, Nathan Salsburg, Joan Shelley) JXF si addentra in un mondo di folk-blues con la compostezza e la creatività di un Ry Cooder catturando gli elementi essenziali del patrimonio originario ma rinnovando il linguaggio lirico con un tocco poetico e visionario di rara originalità. Esemplare è la rilettura in chiave jazz-blues di Bells of Rhymney di Dylan ma tutto il disco scorre con una fluidità incredibile al punto da reinventare in chiave folk un brano di Duke Ellington, Jump For Joy. Malinconico a tratti, swingato in altri momenti, rigoroso ma ugualmente suggestivo nelle riletture e nell' uso della chitarra, tra tagli sincopati e armonie circolari simili a quelle di Steve Gunn, arricchito da una voce significativa e a volte struggente, What In The Natural World è un disco magico, di quelli che Ry Cooder da un pezzo si dimentica di fare.
 

Noi orfani dei Black Crowes, nel 2017 abbiamo avuto una piccola ricompensa col disco omonimo di The Magpie Salute, la band formata da uno dei fratelli Robinson, il chitarrista e qui cantante Rich, dall' altro chitarrista Marc Ford che, a parere di chi scrive, è stata una delle pedine fondamentali degli album migliori dei Corvi Neri per quel suo suonare pindarico e fantasioso, giusto alter ego al rigore blues-rock di Rich. E poi il diligente Sven Pipien ed il magistrale tastierista Eddie Harsch, purtroppo scomparso alla fine delle registrazioni di questo The Magpie Salute.  In più possiamo aggiungere una delle voci di supporto, Charity White, anche lei un tempo alla corte del gruppo di Atlanta, qui in compagnia di John Hogg (ex Hookah Brown), Adrian Reju, Danielia Cotton e Katrine Ottosen. Completano la band il batterista Joe Magistro, il tastierista Matt Slocum ed un altro chitarrista, Nico Breciartua, un ensemble di dieci persone, una band ad ampio raggio di azione come nella migliore tradizione del sud ma disposta ad andare verso la psichedelia e la musica west-coast come testimoniano alcuni brani che sanno di Crosby, Stills, Nash & Young. Ho dato ampio spazio a loro su questo blog la scorsa estate, per cui non mi ripeto. Basta la loro versione di Wiser Time dei Black Crowes e Fearless dei Pink Floyd per far capire a chiunque che se passassero dalle nostre parti il loro non è un concerto da perdere.

Chi forse non ha ancora capito che Little Steven alias Miami Steve Van Zandt è l'uomo dietro ai migliori dischi di Springsteen, quelli che hanno fatto storia come Born To Run e The River, sono le migliaia di accesi springsteeniani che hanno disertato i suoi concerti italiani dello scorso anno. Poche migliaia di persone a Pistoia in luglio, due concerti cancellati a dicembre. Eppure il suo show (in particolare quello milanese) è stato tra i più divertenti e appaganti del 2017, uno spiegamento di forze, i Disciples of Soul, con tanto di coriste e fiati (alcuni Jukes) tali da permettere una sfavillante carrellata di tutto il soul e R&B americano, in particolare quello urbano della East Coast e della blaxpointation. Una meraviglia, già ampiamente illustrata con uno dei dischi a più alto tasso rock n' roll/soul/R&B dell'anno appena trascorso, quel Soulfire che regala alcune delle migliori canzoni firmate dal nostro e quel guitar meets horns che ha reso Little Steven il vero inventore del Jersey Sound. C'è tanto di Southside Johnny con i suoi Asbury Jukes ed un pizzico di Bruce Springsteen. Proprio da quest'ultimo un disco così lo si aspetta da anni, fortuna vuole che lo ha realizzato il suo braccio destro. Anche in questo caso trovate ampio resoconto nel pezzo scritto a maggio su questo blog.

Gli italianissimi Gang ci hanno invece fatto ricordare chi siamo e da dove veniamo, un canzoniere importante nato negli anni settanta di canzoni operaie e ispirate dalla resistenza, canzoni di rivolta e canzoni di disagio, canzoni col linguaggio del proletariato giovanile, canzoni di nuove esperienze e canzoni di strada, canzoni contro e canzoni di speranza, è stato ripreso in mano dai fratelli Severini che con l'aiuto del produttore Jono Manson e di un nugolo di bravi musicisti, hanno riattualizzato attraverso un arrembante folk-rock di deciso taglio americano offrendogli un rifugio nel tempo e nella storia e riportandolo ai  giorni nostri. Calibro 77  è una simbiosi tra le voci del nuovo umanesimo e la matrice rock e trova compimento nella personale interpretazione che i Gang offrono degli undici titoli presi in considerazione, canzoni di Gaber, Guccini, De Andrè, De Gregori, Ricky Gianco, Finardi, Claudio Lolli, Manfredi, Bennato, Pietrangeli e Della Mea. Un disco assolutamente stimolante dal punto di vista musicale ed importante dal punto di vista del contenuto, un attestato di memoria storica e culturale al ritmo della musica folk e rock che ha il potere di farci credere che non tutto è ancora perduto. E'stato il  disco con cui si è aperto il 2017.
 

Un anno di ottimi dischi live, almeno tre hanno fatto breccia nei miei ascolti, il potente Live From The Fox Oakland della Tedeschi-Trucks Band, ma a dire il vero la scaletta dello show milanese dello scorso 19 maggio è risultata ancora più sontuosa rispetto al live ufficiale, con le riprese di brani di George Harrison, B.B King, Staple Singers, Derek and The Dominos e Alex Chilton, quel Greatest Hits Live con cui Steve Winwood per la prima volta nella sua lunga carriera passa in rassegna dal vivo tutti i capitoli fondamentali della sua avventura artistica, e Sticky Fingers 2015 con cui i Rolling Stones hanno riportato sul palco del Fonda Theatre di Hollywood il loro celebre album del 1971. A proposito di tale disco mi va di aggiungere, in controtendenza a quanti reputano oggi gli Stones dei cadaveri, che il suddetto live, con un Ron Wood assolutamente grandioso ed un Mick Jagger non da meno, è la dimostrazione di quanto la band suoni oggi con scioltezza e libertà, molto meno condizionata dall'apparato spettacolare e dall'immagine da offrire al pubblico. Non hanno nulla da perdere se non il piacere di ritrovarsi di nuovo insieme a fare rock n'roll su un palco, e lo fanno oltre che con mestiere, con divertimento e quella passione che la fama e i soldi non hanno scalfito, e sebbene, considerato gli anni, le sere non siano tutte al top questo Sticky Fingers 2015 è in grado di farvi credere che il rock n'roll in mano a loro sia ancora roba sporca, pericolosa e dannatamente eccitante.
 

Mi rimane da aggiungere alcune cose a margine. Se vi piace il soul, Goin' Platinum di  Robert Finley ha tutte le prerogative per farvi divertire. Nato negli anni cinquanta a Bernice in Louisiana, Robert Finley ad undici anni aveva già la chitarra in mano ma solo alla fine del 2016 è stato capace di pubblicare un album professionale, Age Don't Mean A Thing. E' arrivato tardi ma ci è riuscito, dopo che per anni aveva cantato gospel in chiesa e fatto il bandleader per la banda dell'esercito americano in Germania. Naturale il passaggio nelle strade come busker ed un lavoro come carpentiere per poter sbarcare il lunario. Music Maker, una organizzazione no profit che aiuta i vecchi musicisti blues, lo ha scovato in una esibizione di strada in Arkansas, costringendolo ad abbandonare l'attività di carpentiere per una sopraggiunta cecità. E' stata la sua fortuna, il ritorno alla musica ha significato un tour con Alabama Slim e Robert Lee Coleman, un disco col produttore Bruce Watson e l'interessamento di Dan Auerbach dei Black Keys che, dopo averlo sentito cantare, l'ha coinvolto nella soundtrack della graphic novel Murder Ballads . Lo stesso Dan Auerbach, impressionato dalla sua performance, ha deciso di produrgli il nuovo disco, appunto Goin' Platinum! un lavoro che rivela Finley, erroneamente scambiato per bluesman, come  soulman vicino alle tematiche e agli umori del southern soul. Auerbach oltre a produrre, ha scritto, solo e con altri, il materiale del nuovo disco di Finley, una performance vocale intensa e graffiante, una voce forte che rammenta in parte quella di Wilson Pickett, magari meno urlata e più ancorata agli intrecci stilistici del sud. Con lui sono un stuolo di musicisti e sessionmen di prim'ordine, oltre alla chitarra di Dan Auerbach, c'è il piano e l'organo di Bobby Wood (J.J Cale, Bobby Womack), in qualche brano la batteria di  Gene Chrisman (Aretha Franklyn, Elvis Presley, Dusty Springfield), il mitico Duane Eddy ci mette le corde della sua chitarra in You Don't Have To Do Right e la sezione fiati della Preservation Hall di New Orleans presenzia in toto.  Alto, magro, cappellaccio, pantaloni di pelle e stivali,  Robert Finley è un voodoo man che maneggia blues e soul  con l'abilità di uno stregone, un sopravvissuto ad un'era in cui la tecnologia non era ancora padrona del mondo. 
 

La dimostrazione che il blues attecchisce ad ogni latitudine, anche le più fredde, viene dai Kaleo un quartetto islandese che sa il fatto suo in quanto a grinta,  attitudine rock e secche battute di blues. Ho scoperto per caso il loro A/B, pubblicato nel 2016, ma vi assicuro che se non fosse per un titolo cantato in lingua islandese, il resto potrebbe appartenere alla nuova leva delle band californiane, The Shelters e The Record Company in testa. JJ Julius Son è un ottimo cantante dalla voce cattiva e gli altri picchiano che è un piacere, senza demordere un attimo ma aprendosi quando il sole lo permette a ballate che evocano le bellezze del paesaggio islandese, in senso lato. Una prova viene da All The Pretty Girls, da Vor I Vaglaskogi e da Save Yourself.  Trovare per credere.
 

Di taglio epico è Hudson un disco di confine tra jazz, rock e musica sperimentale dove titoli che fanno parte dell'infinito songbook del rock (ci sono canzoni di Dylan, Joni Mitchell, Hendrix, Robbie Robertson) sono trattati in maniera del tutto eclettica da musicisti eccezionali quali il batterista Jack DeJohnette, il bassista Larry Grenadier, il tastierista John Medeski ed il chitarrista John Scofield . Un supergruppo che avrebbe potuto esprimere chissà quali virtuosismi e meraviglie e che invece si è concentrato sull'idea di una nazione invisibile rimasta immutata nello spazio e nel tempo. Groove, sfumature blues, atmosfere pastorali, una libertà espressiva molto jazzistica e naturale per questo tributo alla Hudson Valley e a Woodstock, l'area, il festival, lo spirito in generale. Grande sensibilità, grande musica.

E' tutto,  buon 2018 a tutti.

MAURO ZAMBELLINI     GENNAIO 2018

 





 




















venerdì 1 dicembre 2017

THE ROLLING STONES ON AIR

 
Finalmente il 23 aprile del 1963 la BBC concesse ai Rolling Stones una audizione dopo che Brian Jones aveva inviato loro una accorata lettera con cui si chiedeva di ascoltare il loro nuovo rhythm and blues di Chicago. Si presentarono Jones, Jagger, Richards e Ian Stewart, Wyman e Watts non erano reperibili quella mattina, suonarono I'm A Hog For You, Baby di Leiber e Stoller e I'm Moving On di Hank Snow, tre settimane dopo il manager della BBC David Dore rispose loro con una lettera in cui si diceva che avevano fallito la prova. Inizia così, nel peggiore dei modi, il lungo e fruttuoso rapporto tra la band e la BBC inglese, principale responsabile dopo la seconda guerra mondiale della diffusione della musica popolare, la prima a trasmettere jazz e musica americana e poi indiscussa mattatrice, sia a livello radiofonico che televisivo, dell'ascesa del pop e del rock in terra inglese. Dopo quella sfortunata audizione, dopo l' apprendistato nei locali londinesi adibiti al jazz  e dopo la pubblicazione dei primi singoli a loro nome, i Rolling Stones ritornarono con ben altri risultati  negli studi e nei teatri usati dall'emittente, divenendo ospiti d'eccezione con esibizioni live poco canoniche per l'epoca ma per questo apprezzate da un pubblico entusiasta, creandosi una popolarità che trasmissioni come Saturday Club, Top Gear, The Joe Loss Pop Show contribuirono a lievitare.  On Air, edito nell'edizione standard con 18 tracce e nel formato deluxe con 32 tracce, accompagnato da un bel volume monografico dello stesso titolo disponibile solo import, racconta la storia dei Rolling Stones con la BBC tra il 1963 ed il 1965, gli albori della band nella frenesia dell'epoca, una visuale sull'adolescenza del gruppo prima che diventassero famosi, quando la loro esistenza si divideva tra lo squallido e freddo appartamentino al numero 102 di Edith Grove a Chelsea, luride tavole calde e le prime apparizioni all'Ealing Club, al Flamingo e al Marquee come intermezzo di esibizioni jazz. Ne viene fuori l' amore viscerale verso il blues di Chicago, il R&B, il rock n'roll e i contorni di musica americana tra soul e country, anni formativi spesi con passione e dedizione, prima di essere la più grande rock n'roll band del mondo. Una storia affascinante raccontata da un libro zeppo di scritti e fotografie e soprattutto da 32 titoli selezionati e rimessi a nuovo atti a documentare le vere e profonde radici musicali della band, il loro esordio e le loro spumeggianti esibizioni alla BBC. Le canzoni in questione, titoli per lo più noti ai fans, otto dei quali in versioni mai registrate o pubblicate fino ad oggi e altre rintracciabili solo in bootleg ed in pubblicazioni semi-ufficiali, provengono appunto dalle storiche trasmissioni della BBC dell'epoca e mostrano la band nel pieno della propria euforia esecutiva, esuberante e sorprendente tanto che sette di queste tracce debuttarono prima sulle onde radio che sui solchi dei dischi ufficiali. Si va dagli esordi nel 1963 nel radiofonico e leggendario Saturday Club con Come On, il singolo debutto degli Stones, qui presentati dal leggendario Brian Matthew, Roll Over Beethoven (mai pubblicata su disco ufficiale), idem per Memphis, Tennessee, al massiccio materiale del 1964 del Joe Loss Pop Show (It's All Over Now, I'm Moving On, If You Need Me, Little by Little), al radiofonico Blues in Rhythm trasmesso da un teatro di Camden (Route 66, You Better Move On, Mona, Cops and Robbers), al programma overseas  Rhythm and Blues (una mai edita versione di Ain't That Loving You Baby  e la strumentale 2120 South Michigan Avenue) fino ad uno dei più significativi programmi della BBC radio,  Top Gear, nella quale la band suonò Crackin' Up (altro inedito) e I Can't Be Satisfied. Ma tra i brani risalenti a registrazioni del 1964 la cui fonte è il Saturday Club ci sono  la beatlesiana I Wanna Be Your Man, Carol, Beautiful Delilah, I Just Want To Make Love To You e una versione inedita di Hi Heel Sneakers di Tommy Tucker. Tutto materiale che testimonia  l'attaccamento che Brian Jones, allora presunto leader della band, e compagni nutrivano verso il rock n'roll e la musica afroamericana. Cover di Salomon Burke, Chuck Berry, Willie Dixon, Bo Diddley, Jimmy Reed, Arthur Alexander, Muddy Waters e a partire dal 1965, dopo lo sbarco in America e la visita agli studi della Chess Records, anche le prime composizioni originali sotto lo pseudonimo Nanker/Phelge. Annidate tra cover di pezzi illustri e selezionati, in On Air  spiccano interpretazioni grezze e vibranti di Satisfaction presa dal Saturday Club, The Last Time (da Top Gear), The Spider and The Fly (da Yeah Yeah) in una forma più vicina all'elettrizzante immediatezza tipica dei concerti della band piuttosto che alla versione in studio dei pezzi stessi. Altra chicca interessante è la curiosa ed inedita Fannie Mae in origine registrata dal bluesman Buster Brown nel 1959, oltre a titoli più noti come Cry To Me e Oh Baby! (We Got a Good Thing Goin' (sempre dal Saturday Club), Down The Road Apiece e Everybody Needs Somebody To Love (da Top Gear).

Il risultato finale è una band al massimo del suo entusiasmo e della sua intensità, esempio unico per l'era di un' urgenza interpretativa ed esecutiva straordinarie, capace di ricondurre gli ascoltatori ai suoi anni giovani e vigorosi quando la notorietà artistica dei Rolling Stones era già rassicurata ma la conquista del mondo ancora tutta da effettuare.
 
 
 
 
Detto questo, sorge però una domanda, data la diffusione di tale materiale in precedenti dischi, dai primi album dei Rolling Stones all'abbondanza di bootleg e raccolte semi-ufficiali che hanno inondato la loro avventura discografica, quasi sempre di facile reperibilità, quale è la ragione ed il senso di una operazione come On Air, al di là della sua documentazione cronologica del brillante rapporto con la BBC? La risposta è da ricercarsi nella eccezionalità della qualità audio di tale materiale, resa che oscura tutti i precedenti reperti di tali registrazioni. Per riportare in vita lo spirito originale delle canzoni al momento della prima esecuzione in radio, i nastri sono stati sottoposti ad un processo di "separazione delle sorgenti audio", ciò ha comportato il de-missaggio delle registrazioni ed il coinvolgimento dei tecnici degli Abbey Road Studio (tra cui James Clarke e Lewis Jones)al fine di ricostruire, riequilibrare e re-missare i suoni strumentali e vocali di ciascuna traccia, per ottenere un sound più completo ed efficace. Il sistema si chiama de-mix e apre le porte a possibilità di registrazioni prima d'ora inarrivabili consentendo ai tecnici dell'audio di creare nuovi mix e nuovi master. La rivista Wired ha così sintetizzato il processo "immaginate di poter destrutturare un frappè e di mettere da parte le fragole, da un'altra le banane e da un'altra ancora i cubetti di ghiaccio; quindi prendete tutti gli ingredienti e frullateli insieme da capo". L'ascolto di On Air è godimento assicurato, come essere presenti negli studi o nei teatri usati dalla BBC per quelle registrazioni, suoni di una purezza eccezionale con tutto il pathos del momento comprese le relative imperfezioni, le chitarre che gracchiano acustiche o stridono elettriche, gli applausi e le distorsioni, le spigolature e la voce febbrile di Jagger, l'incalzare ritmico della sezione ritmica e l'urgenza di un rock n'roll bianco mai così vicino all'essenza del blues. Sentire per credere.

MAURO   ZAMBELLINI   







mercoledì 25 ottobre 2017

LES ROIS DE PARIS , The Rolling Stones U Arena 22/10/2017

 
Gli Stones hanno sempre tenuto con la Francia un rapporto privilegiato e i francesi li hanno più volte ripagati. Sono sempre stati più popolari dei Beatles e la band li ha ricambiati suonando anche in occasioni particolari, come la data all'Olympia di Parigi nel 1995 per uno dei tre concerti del Totally  Stripped  e lo show a sorpresa per pochi intimi nel 2012. Come dimenticare, poi, i loro trascorsi sulla Costa Azzurra ai tempi di Exile  On Main Street , ragione per cui mi è sembrato opportuno scegliere Parigi per questo No  Filter  Tour, pur consapevole che non sarebbe stata una passeggiata in termini economici.  Anche in questo caso la ville lumière non ha perso occasione per celebrarli, tre concerti nel giro di una settimana, mostre sparse per la città come quella di Dominique Tarlé (Stoned  In Paris) a la Galerie de l'Instant, vendite speciali del loro merchandising nello store Colette in Rue St.Honoré, articoli sui quotidiani e in Tv, gente dappertutto proveniente da ogni dove con le loro t-shirts, le loro felpe, i loro berretti. La linguaccia dappertutto. Suonarono a Parigi la prima volta nel 1964 e Mick Jagger con un perfetto francese usato per tutto lo show non ha tardato a ringraziare i quasi 40 mila accorsi la sera del 22 ottobre alla U Arena, seconda data parigina dopo quella inaugurale del 19.

I loro show sono stati scelti per inaugurare la modernissima U Arena di Nanterre, a pochi passi dal Grande Arco della Défense, opera dell'architetto Christian de Portzamparc, uno spazio che verrà adibito in futuro a spettacoli e soprattutto ai match di rugby del Racing 92.  Serata fresca con qualche piovasco, la seconda data parigina (ce ne sarà una terza il 25) è presa d'assalto fin dal tardo pomeriggio, qualche ora prima dell'apertura dei cancelli prevista per le 18. E' facile arrivarci, la metropolitana e la RER A vomitano gente a ripetizione, sono sul luogo in orario ma la ressa davanti alle entrate del parterre è scoraggiante. Security, sbarramenti,  polizia e soldati armati fino ai denti non fiaccano la voglia di Stones ma se i controlli preliminari  sono veloci e sbrigativi non altresì si può dire della calca per entrare nel parterre, o come viene segnalato dal biglietto, nella fosse. Passa più di un'ora ed il mio avanzamento pigiato nella calca si misura in centimetri, non capisco cosa succeda là davanti e come venga gestita la fila, se ci sono dei corridoi e perché il tutto sia di una lentezza esasperante. Sale il nervosismo e avverto una certa ansia, in caso di  incidenti le vie di fuga non mi sembrano a portata di mano. Il pubblico attorno ha l'età della responsabilità e nessuno si lamenta ma il tempo passa, la calca aumenta e l'ammasso pericoloso.

 Continua arrivare una valanga di gente e mi pare impossibile che il tutto venga sbrogliato prima delle 21, ora dell'inizio dello show. Decido di abbandonare la calca e con i miei due compagni me ne torno verso Le Grande Arche de La Défense, mi infilo in una brasserie di un hotel e mi sbaffo hamburger, patatine e birra seduto e al caldo. Decisione saggia visto che non è nelle mie intenzioni arrivare a ridosso del palco, ho una certa età ed è ormai lontana da me l'equazione rock uguale sacrificio. Ritorno un'ora e mezza dopo, verso le 20.40, piove a dirotto ma ormai sono entrati tutti ed in un paio di minuti sono dentro nella fosse. Che è un altro vivere, spaziosa offre un ottima visuale anche se distanti dal palco, con la possibilità di muoversi come si desidera perché c'è tanta gente ma anche tanto spazio. Mi posiziono alla perfezione ed in più mi sono evitato il gruppo supporter che da quanto mi dicono amici fidati suonavano grevi e lavoravano a volumi impossibili. La U Arena all'interno è una sorta di Forum milanese moltiplicato per tre ma mancante di una curva, una sorta di grande U. Il pubblico, oltre alla fosse, può accedere sui lati e su una sola curva perché l'altra non esiste  ed è occupata dal palco e dagli schermi. Tutti godono di una buona visuale, ci sono quasi quarantamila persone ma la situazione è ottimale. Alle 21 esatte  si spengono le luci, si accendono gli schermi e parte una Jumpin' Jack Flash tostissima e senza fronzoli. Sono venuto a Parigi più per affetto che per meravigliarmi di un nuovo grande concerto degli Stones, ho letto critiche a non finire sulle loro esibizioni del No Filter  Tour  e quel poco che ho ascoltato su youtube non era confortante. Ma non sono né drogato né bevuto e dopo un paio di brani tra cui la nellcotiana Tumbling Dice ed una miracolata e funky Dancing With Mr. D, ripescata dall'archeologico Goats Head Soup  mi meraviglio di come questi pensionati patetici e stanchi (termini letti in occasione dei loro ultimi show) siano ancora una rock n'roll band che suona con l'energia e la grinta di chi tuttora nonostante gli anni, la fatica e i soldi  crede nella propria musica ed è rispettoso del proprio pubblico. Valter che mi sta di fianco e li ha visti a Monaco mi dice che già dall'inizio è un concerto tutto diverso e il tiro è un altro. L' aver iniziato con Jumpin' Jack Flash e non con la  sinuosa e dondolante Sympathy For The Devil  è una scelta azzeccata.

E' subito rock n'roll e di quello torrido, da maneggiare con cura. Sono furbi gli Stones, i brani sono più o meno gli stessi delle altre date del tour ma loro ne cambiano la sequenza e scombinano il copione, come se facessero il gioco delle tre carte. Quando arrivano i due brani estratti da Blue and Lonesome, accompagnati dalla coreografia black and blue degli schermi, la conferma è definitiva. Questo è uno show della madonna. Mick Jagger è qui protagonista ed è palpabile il fatto che sia stato lui a volere fortissimamente Blue  and  Lonesome , nonostante il blues sia storicamente appannaggio di Richards. Le sue versioni di Hate  To See You Go di Little Walter e Ride'Em On Down  di Jimmy Reed sono blues al midollo, viscerali tanta è la forza che Jagger ci mette con la voce, l'armonica, l 'interpretazione. Splendidi. Un po' di delusione subentra quando viene selezionata la canzone "del pubblico", per me Angie rimane una canzone alla Beatles buona per qualche lentaccio giovanile guancia a guancia, niente a che vedere col sesso dei Rolling Stones. Il quadro cambia con You Can't Always Get What You Want sempre meno gospel e più rock-soul, cantata dall'intera U Arena e supportata dall'oscuro ma sublime lavoro alle tastiere di Chuck Leavell, regista di seconda fascia, ed una strepitosa Paint It Black una sciabolata dark-metal da lasciare senza fiato e storditi, con la coreografia nera che avvolge il palco e manda tutti in uno scenario cruento e luciferino. Fantastica, tra i brani topici dello show. Con Honky Tonk Women si assiste ad una delle graziose stecche di Keith Richards. Come per la rombante Street Fightin' Man amplifica la chitarra con un volume da far male alle orecchie, il riff c'è ma è l eccellente Ron Wood  a riprenderlo e portarlo avanti con più pulizia. Keef in qualche frangente sembra come una bicicletta assistita, firma il riff, lo tira ad un volume altissimo, poi entra Wood a portarlo avanti. Ma quando Keith Richards concede  la seconda delle due canzoni cantate da lui (dopo Happy) viene quasi da piangere tanta è la commozione generale. La versione di Slippin' Away è dolente, intensa, conquistata nota dopo nota, c'è tutta la sua sofferenza e la sua vecchiaia, inginocchiato sulla sua chitarra oscilla attorno a quel soul agro, fragile e malinconico, ma quanto sentimento, quanta emozione, quanto amore. Da incorniciare, l'U Arena lo ripaga con un applauso che sembra non finire mai e lui si commuove.

 
C'è o affiatamento e calore sul palco, Wood scherza con Jagger, Charlie Watts è impassibile nel suo composto drumming, Richards fa il sornione, la corista, volenterosa, si sforza di far dimenticare Lisa Fisher, il sassofonista fa il suo dovere, Darryl Jones è a suo agio come mai l'ho visto così. Risale in cattedra Mick Jagger con Miss You e quelle malizie dance da Studio 54 che i coloratissimi disegni sugli schermi sottolineano,  Darryl Jones va alla grande col suo basso ma è una lunga, delirante e jammata Midnight Rambler, un tour de force tra rock, blues e fiotti di sangue, ad incoronarli Re di Parigi e fugare ogni dubbio. Questi Stones del nuovo decennio sono decisamente migliori di quelli visti, almeno da me, negli anni duemila, soprattutto a Milano nel 2003 e nel 2006. Lo show sembra meno studiato e calibrato, c'è più urgenza ed estemporaneità, ci sono  più imperfezioni ma anche più energia e spontaneità, meno attenzione alla veste e più alla sostanza. Sarebbe ora di chiudere i riferimenti col  passato (grandioso) e accettare il loro presente perché loro sono arrivati ad oltre settanta anni stando sempre sul palco osando mettere in scena i loro cambiamenti, le loro debolezze, la loro vecchiaia. E suonano rock n'roll ancora oggi come nessun altro. Certo si può obiettare che Start Me Up zoppichi all'inizio grazie al fatto che Richards ha ciccato l'entrata coinvolgendo anche il cantare di Jagger ma chissenefrega perché a metà il pezzo viene rimesso in carreggiata e quando arrivano Synpathy For The Devil  oggi del tutto asciugata da orpelli che non hanno più ragione di esistere tranne quel tambureggiare voodoo all'inizio, e la spericolata e sporca Brown Sugar  la festa è ormai al culmine e le  francesi  ondeggiano  sognando di passare una notte insieme con quel signore pieno di rughe che sul palco ha la sfrontatezza di cantare e agitarsi come un trentenne al ritmo del suo boogie eterno. Non ci vuole molto per il bis dopo due ore di grande musica, Gimme Shelter sconta l'assenza della divina Lisa Fisher, con Bobby Keys uno degli handicap rispetto agli Stones del On  Fire Tour del 2014.   Sasha Allen ci mette volontà ma non ha l'urlo né la carica della sua collega e la canzone ne risente ma ci pensano Jagger, Richards e Wood ad inscenare una lunga, violenta e rabbiosa Satisfaction trasformata in una jam di chitarre sferraglianti da far impallidire i Pearl Jam e chiudere un concerto di puro, nudo e crudo rock n'roll che è una delizia per occhi, orecchie e cuore.

MAURO   ZAMBELLINI    OTTOBRE  2017

le foto degli Stones sono una gentile concessione di  GIOVANNA  QUAGLINI









lunedì 9 ottobre 2017

A TU PER TU CON TOM PETTY


 
C'è sempre un momento in cui scopri che vale la pena di fare quello che fai. Intervistare Tom Petty era un'occasione imperdibile, e ci siamo arrivati più sull'onda della passione che spinti dalla necessità di scoprire e far conoscere il suo nuovo disco, che tra l'altro era Wildflowers. Non avevamo avuto il tempo di ascoltarlo quel tanto che serve per scoprire il capolavoro che è, ma avendo consumato tutti gli altri, pensavamo di avere dei buoni motivi per discutere un po'. La nostra intervista era l'ultima della lunga giornata di Tom Petty a Milano, poi doveva prendere un volo per chissà dove. Ci presentammo con un valigia che conteneva tutti i suoi album (bootleg compresi) e l'intenzione di rendere omaggio tanto al suo lavoro quanto al nostro. Ci ricevette in un sala riservata di un albergo lussuoso, a Milano, dove l'atmosfera ovattata e chic strideva con lo stile casual di Tom Petty, jeans, camicia lasciata, scarpe da tennis. Gli addetti stampa di turno ci avvisarono che avevamo mezz'ora, per cui partimmo senza tanti preamboli e lui ci assecondò con grande gentilezza rispondendo a tutte le domande, facendoci ripetere quelle che non riusciva a intercettare nel nostro traballante inglese, sorridendo e ridendo spesso con noi finché allo scadere della mezz'ora non ci parve di parlare la stessa lingua. Naturalmente, in quel preciso momento, bussarono alla porta e ci ricordarono che il tempo era scaduto e noi, già soddisfatti di aver potuto scambiare le nostre opinioni con Tom Petty, decidemmo di non andare oltre, se non quei cinque minuti canonici per gli autografi (siamo e restiamo fans e appassionati, prima di tutto) e per salutarlo. Solo che Tom Petty si accorse della nostra valigia e ci chiese: “Cosa avete lì dentro?”, e ovviamente eravamo un po' titubanti, ma cominciammo a tirar fuori Damn The Torpedoes, Hard Promises, Long After Dark, Southern Accents, ma arrivati ai bootleg eravamo un po' titutanti. Invece Tom Petty li guardò con grande curiosità, controllando la qualità del vinile, raccontandoci aneddoti dei concerti e degli Heartbreakers. Ci guardammo stupiti, ma non sarebbe stata l'ultima volta, quel giorno. Bussarono di nuovo alla porta, e questa volta era il road manager che, rivolgendosi direttamente a Tom Petty, gli ricordava che avevano un aereo da prendere. Lui senza distogliere la sua attenzione da noi e dai dischi rispose: “Manda avanti pure i bagagli, io prendo un taxi e vi raggiungo. Devo parlare ancora con questi ragazzi. Hanno comprato tutti i miei dischi”. Ci guardammo in faccia esterefatti, sbalorditi da tanta disponibilità (era Tom Petty, non uno qualsiasi) e non sapevamo più né cosa chiedere né cosa fare. Ma lui ci venne incontro: “Forza, ragazzi, ditemi cos'altro volete sapere”. Ci ha chiamato ragazzi, “boys”, per tutto il tempo, con l'umiltà e la nobiltà di un grande uomo, prima ancora di un grandissimo artista, facendoci sentire parte di qualcosa di grande, più grande di noi e della nostra intervista. Non lo dimenticheremo mai.
 


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In generale il suono delle canzoni di Wildflowers è simile a quello dei tuoi primi dischi. Centra con la scelta di Rick Rubin come produttore?

Gran parte del disco è stato registrato dal vivo, senza sintetizzatori, computer o latri marchingegni. Solo le chitarre ed il suono d'insieme dei musicisti. Ci siamo concentrati soprattutto sulle canzoni e credo di aver perso più tempo a leggere e rilegger i testi che a registrarli. Volevo inserire molte canzoni perché un compact disc è decisamente costoso e, una volta composte ne abbiamo registrate una ventina nel giro di pochi giorni. In questo senso Wildflowers può essere considerato ugualmente un disco degli Heartbreakers.

Tutte le canzoni si riferiscono ad una sfera intima della tua personalità, penso a You Wreck Me o Don't Fade On Me o ancora Crawling Back To You. Cosa è cambiato rispetto a Into The Great Wide Open?

Non lo so, non mi siedo mai ad un tavolino a studiare una lirica o a progettare una canzone. Seguo solo il mio istinto. A volte mi piace raccontare delle storie attraverso dei personaggi, come in Two Gunslinger, è sempre interessante ricostruire un passato, una memoria e cercare di svelarli nel corso della canzone. Altrimenti mi piace anche essere più diretto. Wildflowers racconta e spiega i miei amici, la mia concezione dell'amicizia, questo momento della vita positivo perché riesco ad apprezzare le sfumature, la famiglia, i ragazzi, il mio cane come non era mai stato prima. E' tutto ciò che mi sta intorno che è finito in Wildflowers, c'è Wake Up Time che è molto esplicita in questo senso.

Oggi songwriter come te, Bruce Springsteen, John Mellencamp parlano nei loro dischi della vita domestica, degli aspetti famigliari, dei figli, come mai?

Perché siamo invecchiati, credo, e abbiamo una vita molto domestica. Non credo di poter cantare tutte le fantasie di quando ero teenager. Suppongo sia così.

Sarete invecchiati ma il rock n'roll è rimasto lo stesso, no?

Beh, speriamo. In effetti, gli anni sono passati dal punto di vista cronologico. Io mi sento ancora lo stesso e fortunatamente continuo a sentire nello stesso modo il rock n'roll. Riesco ancora a suonarlo, mi piace come quando ero ragazzo. Davvero è rimasto lo stesso. Certo, non sono più incazzato come allora, ma questo è un altro discotrso.
 

 

Quindi è possibile che tu scriva ancora una canzone come American Girl?

Oh, non sarebbe male. Nel tributo che le underground bands hanno fatto (You Got Lucky, A Tribute to Tom Petty,1994. n.d.r)con le mie canzoni c'è una versione differente ma mi piace l'idea, quella della versione grungy del suono Heartbreakers. Mi piace quel disco. E' strano e interessante. Quanto ad American Girl ricordo che non appena uscì Roger McGuinn mi chiamò immediatamente. Era a Los Angeles in uno studio, e quando lo raggiunsi ero proprio nervoso, emozionato. Lui mi guardò e con un sorriso mi disse." ciao, ragazzo prendi quella chitarra e vieni qui a suonare". Io la presi e suonai qualcosa di mostruoso perché ero così teso: suonare con Roger Mc Guinn, allora! Lui disse, senti lo sai, no? ho sentito per radio questa canzone, American Girl, e pensavo fosse un mio pezzo, ma non mi ricordo di averlo mai inciso. Io non sapevo più cosa dire. Pensavo di aver ferito uno dei miei eroi, qualcosa del genere e d invece Roger disse, nessun problema. Volevo solo dirti che è buona e la vorrei registrarla. Fu un grande successo per me e per tutti gli Heartbreakers.

Cosa hai provato quando Jonathan Demme ha usato American Girl  per il silenzio degli innocenti? La scena in cui l'ha inserita è una delle più angoscianti del film.

Si, però è successo in modo divertente. Sono sempre stato un fan di Jonathan Demme e stavo leggendo il libro di Thomas Harris quando hanno chiamato il mio ufficio per avere American Girl. Visto che conoscevo e apprezzavo il suo lavoro non ci sono stati problemi e tutto è filato liscio ed in fretta e così me ne sono dimenticato. Quando poi è uscito il film, un pomeriggio sono andato e vederlo e mi sono detto " ehi, ma quella è American Girl, è la mia canzone". Mi è piaciuta come l'hanno inserita e mi è piaciuta anche tutta la soundtrack in generale. Certo, non ho idea di cosa possa significare American Girl in quel preciso momento del film. Io quando l'ho scritta sicuramente non pensavo a qualche serial killer, davvero! Suppongo serva piuttosto ad inquadrare quello che andava per la maggiore nelle radio americane nella seconda metà degli anni settanta. Sai, quando una canzone dura a così a lungo nel tempo è facile trovare nuove interpretazioni, altri significati. E' un po' quello che succede con tutti i classici del rock n'roll".

Quindi potrebbe essere che Tom Petty sia una sorta di anello congiunzione tra leggende del rock n'roll come Roy Orbison e Bob Dylan e l'atteggiamento delle nuove generazioni?

Siamo comunque molto simili. Intendo dire non ho alcun rapporto con tutte queste nuove pop metal band o come le vogliamo chiamare. Credo che abbiano un'idea molto superficiale del rock n'roll: quella di diventare delle star, di fare successo, di apparire in televisione e sulle copertine dei giornali. Sento invece di avere molto in comune con molte giovani band americane, gente a cui piace sperimentare, provare, cercare, trovare altri canali, altri modi per esprimersi. Non mi interessa quale audience uno può avere, se dovrà suonare blues o rap o grunge o qualsiasi altro tipo di musica per essere passato alla radio. Io sono dell'idea che esistono soltanto due tipi di musica: la buona musica e la pessima. Per me non c'è alcuna differenza tra i R.E.M, Bob Dylan, Hank Williams e Johnny Cash.
 

Se da un lato è abbastanza facile farci un'idea di cosa si possa considerare buona musica, dall'altro non è altrettanto semplice decidere cosa non lo sia o non lo sarà. Secondo te si tratta di una questione tecnica, di gusto personale o di qualcos'altro?

Beh, io credo sia un fatto molto individuale. Ognuno dovrebbe trovare gli strumenti per capire e per scegliere cosa sia buono o meno. E' difficile da spiegare, è come cercare di definire bello o brutto un quadro, un dipinto. Una persona potrebbe essere interessata alle figure astratte, un'altra al surrealismo oppure a disegni più classici: comunque, guardi il quadro e ti può piacere o meno. E' difficile da dire. Prendi Andy Warhol, per esempio. Conosco gente che ne va pazza e altri che sostengono che sia solo spazzatura. E' qualcosa di istintivo, personale. Comunque sono d'accordo con voi, spesso è oiù facile riconoscere la buona musica.

Facciamo un esempio per capirci:possiamo considerare buona musica quella che hanno fatto i Sex Pistols?

Io credo di sì. Intendo dire, non è qualcosa di cui andrei orgoglioso, ma mi piacciono parecchie canzoni dei Sex Pistols, anche se sono altri i miei standard: Elvis, prima che andasse nell'esercito, era un grande artista ed è una musica che continuo ad ascoltare. Poi Muddy Waters, gli Animals, ma non vi posso raccontare tutta la mia collezione di dischi. Sono sempre un grande fan ed un grande compratore ed il discorso potrebbe farsi complicato. Per esempio, durante le session di Wildflowers Rick Rubin arrivava con il suo sacchetto di CD ed io arrivavo con il mio. Poi cominciavamo: " ascolta questo, ascolta quello", e via di questo passo.

Hai citato nomi di songwriter country, vieni da Gainsville, Florida, che non è poi così distante dalla Georgia dove è nato Gram Parsons. Pensi che la musica country abbia influenzato il tuo modo di scrivere le canzoni?

Yeah, sono cresciuto con quel genere di sound, è la musica che ascoltavano i miei genitori: George Jones, Tammy Wynette, tutta la country music degli anni '50 e '60. La sto riscoprendo oggi perché non mi va quella che va per la maggiore oggi, c'è poca gente che suona come allora. Si, credo che sia stata un'influenza definitiva e non solo per me, ma anche per tutta la band e per molti altri songwriter.

Le melodie delle tue canzoni però sono un po' più eccentriche di quelle country. Da questo punto di vista sembri essere stato ispirato da Beatles e Rolling Stones?
 

Forse dai Beatles, perché sono stati una grandissima influenza su di me. La prima volta che li vidi in televisione ho pensato che nella vita avevo due possibilità: o fare il contadino o fare quello che facevano loro. Poi quando ho cominciato a suonare, con le prime band, avevo l'idea di unire quello che facevano Beatles e Rolling Stones con una base orientata verso il folk. Comunque il mio intento è di essere il più onesto possibile, voglio che i ragazzi possano leggere nella mia musica quello che mi è sempre piaciuto, quelle sono le mie radici: i Beatles, gli Stones, Elvis, Chuck Berry, i Byrds, Slim Harpo, i Beach Boys. Così possono scoprire tutti questi personaggi, credo sia questa l'idea di fondo.

A volte è difficile distinguere te dal lavoro degli Heartbreakers, in particolare da Mike Campbell. Quanto è importante il suo apporto o quanto influenza la stesura definitiva delle canzoni?

Nenache un po!Beh, qualcosa si. No, davvero scherzi a parte, Michael Campbell è veramente un musicista brillante. Non ho altre parole. Generalmente cominciamo col parlare delle parti di chitarra e, devo dire la verità, tutto quello che ho imparato dello strumento è merito suo. Poi il lavoro si evolve perché la sua presenza all'interno della band è determinante. E' un punto di riferimento ed è uno che non mi hai mai mollato. Non ditegli che ve l'ho detto io se non comincia a darsi delle arie, ma è un grande musicista, sul serio.

Alla fine del tour con Bob Dylan, Mike Campbell ha detto che a volte gli sembrava di suonare qualcosa di caotico, a metà strada tra Van Morrison e gli Stooges?

Già. Suonare con Dylan è stata una grande scuola per me, aldilà del fatto che è stato influenza ed ispirazione fin dagli anni 70.  E'stata dura davvero. Abbiamo dovuto imparare un sacco di canzoni ed era una grossa responsabilità guidare la band nei suoi brani. Non è stato facile lavorare con Dylan perché fondamentalmente lui è un folksinger e gli basta una chitarra e la voce, quindi era un po' complicato infilare tutte le sue canzoni in un rock set come il nostro.. Lui è abituato a suonare come gli va, non deve andare necessariamente a tempo con qualcuno, può scegliere la tonalità che vuole, la successione dei pezzi senza scaletta. Creargli un background musicale era complicato perché non si riuscivano mai a stabilire delle regole e dei ruoli precisi. Era tutta una comunicazione velocissima tra di noi: "è una canzone in Mi", "cambia la tonalità", questo genere di messaggi. Per me è stato molto interessante perché non avevo il peso di essere anche il fromtman. Guidavo gli Hearbreakers e ogni sera era un po' come una partita di baseball, ci guardavamo negli occhi e dovevamo capire cosa fare. Alla fine gli Heartbreakers sembrava ragionassero con un solo cervello. E'stato un gran lavoro, davvero.
 

Parliamo dei tuoi dischi, il nostro preferito è sempre stato Damn The Torpedoes. E' possibile considerarlo ancora oggi il tuo disco migliore?

Il migliore in assoluto, non lo so. Sicuramente uno dei migliori. Diciamo che è stato un punto alto della mia carriera, questo sì.
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E' vero che inizialmente Hard Promises doveva intitolarsi 7.98 per reazione al rincaro del costo dei dischi?

Si, quella è stata una dura battaglia contro l'etichetta discografica. Il punto era che l'aumento del prezzo era generalizzato a tutto il catalogo ma il primo titolo che sarebbe uscito con quel prezzo era proprio Hard Promises. La cifra era 8.98 dollari e per questo ho minacciato di intitolarlo 7.98 se  fosse stato messo in circolazione con quel prezzo. La mia ida ha funzionato e alla fine i discografici hanno ceduto, almeno per quanto riguarda Hard Promises. Gli altri poi, come si è visto, invece li hanno aumentati regolarmente. Il costo dei dischi è un enorme problema. Il rock n'roll non è una musica di elite, è la musica della gente comune. Quando faccio un disco penso di farlo per tutti, non solo per chi può permetterselo.

Un disco controverso è stato Southern Accents. Quando è uscito ci è sembrato troppo sovraprodotto, oggi riascoltato suona un po' meglio...

Si, è stato un esperimento: non mi interessa rivoltare la solita terra e con Southern Accents abbiamo cercato altre aree, altra terra. Abbiamo provato a fare qualcosa di diverso, Dave Stewart è stato perfetto allo scopo. Lui è completamente pazzo ma mi piaceva il suo modo di lavorare. C'era un po' di psichedelia, non molta però. Solo per divertirsi.

Dal vivo Don't Come Around Here Non More diventava uno spettacolo a parte: c'erano le ombre che si rincorrevano sul palco, il baule con tutti gli effetti e alla fine uscivi col simbolo della non violenza. Che idea c'era dietro quella allegoria?

Solo divertimento. Forse, per tornare a ciò che si diceva prima, per riprodurre un po' l'atmosfera psichedelica del video di Don't Come Around Here No More. Non che ci fosse un gran background come idea. Però era molto divertente: i personaggi che mi rincorrevano erano i tecnici del suono e ogni volta impazzivano perché non sapevano mai da dove sarei uscito. Era un modo per spezzare il ritmo, la tensione del concerto.

In Southern Accents c'è questa canzone, Spike, che ci ricorda lo stile di J.J Cale...

Oh, amo J.J Cale, è uno dei miei eroi. Il problema di quella canzone è che è stata incompresa dalla maggior parte delle persone. Tutti pensavano che Spike fossi io, invece è solo un personaggio, non c'è nulla di personale.
 

Il live Pack Up The Plantation è stato un po' una delusione, è chiara la tua passione per il soul ed il r&b ma i fiati in quel disco centravano poco col suono degli Heartbreakers..

Sono perfettamente d'accordo. Non lo suono mai quel disco. E'stata una registrazione sfortunata, davvero. Ci sono dei bootleg migliori. Credo che ci sia in circolazione anche qualcosa della mia prima band, i Mudcrutch.

Ad ogni modo gli Heartbreakers sono sempre stati una grande live band. Pensi che i loro suono abbia influenzato quei gruppi che stanno venendo allo scoperto come Counting Crows, Billy Pilgrim, Jayhawks, Hootie and The Blowfish?

Beh, sarei molto contento se gli Heartbreakers fossero stati motivo di ispirazione per qualcuno perché c'è così tanta gente che ha influenzato me che mi sembra naturale passare il testimone. E' una particolarità del rock n'roll questa.

Quanto conta per un songwriter avere una buona band?

Beh, io considero un lusso avere una band. E' un grande stimolo perché se hai un gruppo lo devi anche portare in giro ed in tutti questi anni di lavoro siamo diventati come fratelli. C'è una dinamica molto importante perché ognuno rispetta l'essenza della band e si sta insieme perché si ama la stessa musica, si hanno gli stessi obiettivi. Il lato strano di tutta la faccenda è che dopo diciotto anni che si vive nelle stesse stanze, nello stesso aereo, nello stesso bus, gomito a gomito, l'esperienza può diventare quasi noiosa e le dinamiche non sono più quelle di una rock n'roll band ma quelle di una famiglia. Comunque gli Heartbreakers sono una buona band.

Bill Flanagan ha detto che al di là del successo o dei risultati ogni rock n'roll band ha qualcosa di speciale. Sei d'accordo?

Oh, Bill è sempre brillante ed è un nostro amico e ha sempre delle idee molto interessanti, ma non so cosa volesse realmente dire con quella frase. Certo, una band è una fonte di energia ma quello che è più importante è la musica. Il rock n'roll ha salvato la mia vita, si dice così, no? E' questo il punto. suonare rock n'roll resta comunque un lavoro di gran lunga molto più interessanate di ogni altro. Credo di essere stato fortunato in questo senso.

In Let Me Up (I've Had Enough) c'era quella canzone, Runaway Train , che ha lo stesso titolo del film di Konchalowsky (A trenta secondi dalla fine n.d.r) , c'è qualche attinenza?

Oh, ho presente il film ma la canzone è tutta un'altra storia, è un modo di dire tutto americano. Ad ogni modo, mi piace Let Me Up , penso sia un buon disco, infatti negli Usa non ha venduto per niente.
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Ci sembra che il grosso salto di qualità come songwriter sia venuto con Full Moon Fever , un album in cui hai cercato di scrivere le canzoni in un modo un po' diverso dando più spazio alle chitarre acustiche, per esempio..

Si, Full Moon Fever è stao registrato in un modo molto veloce, alla fine del tour con Dylan. Jeff Lynne ha avuto un ruolo molto importante nella lavorazione del disco ma quello che ha determinato il risultato finale è stato che le idee arrivavano così, in fretta. Cosa molto rara, riuscivo ad essere molto prolifico e Full Moon Fever è stato un album che è stato registrato con molta facilità. Forse anche per questo si può ascoltare altrettanto facilmente.

Il capitolo successivo, per certi versi simile, è Into The Great Wide Open, un grosso successo

Si, ho scritto quell'album durante la guerra del Golfo, ci sono molte idee riguardo la fine degli anni ottanta e ciò che abbiamo perso. Ho cercato di scrivere di soggetti che in qualche modo avessero a che fare, anche indirettamente, con la guerra, con il mondo delle corporazioni e tutto quel genere di cose. Credo di aver scritto per Into The Great Wide Open le mie liriche migliori. Mi è piaciuto molto usare metafore come Learning To Fly o Two Gunslingers, per esempio. Si, Into The Great Wide Open è uno dei miei dischi preferiti.

Hai visto o sentito qualche songwriter di recente che possa continuare il lavoro fatto da te, da Mellencamp, da Springsteen?

Beh, al momento mi sembra di no e spero che continui ancora così perché il mio cervello funziona ancora e vorrei continuare a scrivere canzoni. Insomma, quando ho compiuto quaranta anni mi sentivo triste, credevo di essere diventato vecchio, questo genere di cose. Poi sono arrivati i miei amici, abbiamo fatto una bella festa e tutto è passato. Mi sento ancora in corsa, non vedo motivi per cui dovrei smettere o cambiare lavoro. Non lo so, c'è questo ragazzo che si chiama Billy Kong, mi piace e mi piacciono anche parecchie delle nuove band. Hanno un approccio diretto, molto naturale. Onesto. Di songwriter poi ce n'è uno per ogni strada, la differenza è il lavoro che ci metti: scrivere una canzone non è un happening. D'accordo, a volte è un divertimento andare in tour o registrare con gli amici, ma per quello devi averle, le canzoni. E scrivere è come pescare:ogni tanto riesci a prendere qualcosa, altrimenti rimani con il tuo sacchetto vuoto. E' un lavoro complicato. Posso immaginare come facciano Bruce o Mellencamp, ci lavorano sodo. Capita che le canzoni vengano più naturalmente: per Wildflowers è stata la prima volta nella mia vita che le canzoni siano uscite così, tutte insieme, parole e musiche, in pochi giorni. Tanto è vero che quando sono arrivato con il demotape in studio, Mike Campbell le ha sentite e mi ha chiesto, "chi è questo tizio?" Non so come sia potuto succedere, forse è perché ho raggiunto uno speciale stadio di maturità, non lo so. So solo che le canzoni di Wildflowers partivano con un verso e poi arrivava il chorus, un ponte, il middle eight ed un finale. Una dopo l'altra. Scrivere canzoni è strano. A volte capita di uscire per strada, così per farsi un giro, e tornare con un paio di pezzi già finiti. Altre invece è tutto più freddo: puoi stare a suonare il piano o la chitarra tutto il giorno e non ne viene fuori nulla. E comunque sia che si tratti di tre minuti o tre giorni o tre mesi è sempre con un duro lavoro che si arriva alla fine di una grande canzone.

 MARCO DENTI e MAURO ZAMBELLINI   

questa intervista è apparsa originariamente sul numero 203 del Mucchio Selvaggio, dicembre 1994

 

 

 


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