lunedì 9 ottobre 2017

A TU PER TU CON TOM PETTY


 
C'è sempre un momento in cui scopri che vale la pena di fare quello che fai. Intervistare Tom Petty era un'occasione imperdibile, e ci siamo arrivati più sull'onda della passione che spinti dalla necessità di scoprire e far conoscere il suo nuovo disco, che tra l'altro era Wildflowers. Non avevamo avuto il tempo di ascoltarlo quel tanto che serve per scoprire il capolavoro che è, ma avendo consumato tutti gli altri, pensavamo di avere dei buoni motivi per discutere un po'. La nostra intervista era l'ultima della lunga giornata di Tom Petty a Milano, poi doveva prendere un volo per chissà dove. Ci presentammo con un valigia che conteneva tutti i suoi album (bootleg compresi) e l'intenzione di rendere omaggio tanto al suo lavoro quanto al nostro. Ci ricevette in un sala riservata di un albergo lussuoso, a Milano, dove l'atmosfera ovattata e chic strideva con lo stile casual di Tom Petty, jeans, camicia lasciata, scarpe da tennis. Gli addetti stampa di turno ci avvisarono che avevamo mezz'ora, per cui partimmo senza tanti preamboli e lui ci assecondò con grande gentilezza rispondendo a tutte le domande, facendoci ripetere quelle che non riusciva a intercettare nel nostro traballante inglese, sorridendo e ridendo spesso con noi finché allo scadere della mezz'ora non ci parve di parlare la stessa lingua. Naturalmente, in quel preciso momento, bussarono alla porta e ci ricordarono che il tempo era scaduto e noi, già soddisfatti di aver potuto scambiare le nostre opinioni con Tom Petty, decidemmo di non andare oltre, se non quei cinque minuti canonici per gli autografi (siamo e restiamo fans e appassionati, prima di tutto) e per salutarlo. Solo che Tom Petty si accorse della nostra valigia e ci chiese: “Cosa avete lì dentro?”, e ovviamente eravamo un po' titubanti, ma cominciammo a tirar fuori Damn The Torpedoes, Hard Promises, Long After Dark, Southern Accents, ma arrivati ai bootleg eravamo un po' titutanti. Invece Tom Petty li guardò con grande curiosità, controllando la qualità del vinile, raccontandoci aneddoti dei concerti e degli Heartbreakers. Ci guardammo stupiti, ma non sarebbe stata l'ultima volta, quel giorno. Bussarono di nuovo alla porta, e questa volta era il road manager che, rivolgendosi direttamente a Tom Petty, gli ricordava che avevano un aereo da prendere. Lui senza distogliere la sua attenzione da noi e dai dischi rispose: “Manda avanti pure i bagagli, io prendo un taxi e vi raggiungo. Devo parlare ancora con questi ragazzi. Hanno comprato tutti i miei dischi”. Ci guardammo in faccia esterefatti, sbalorditi da tanta disponibilità (era Tom Petty, non uno qualsiasi) e non sapevamo più né cosa chiedere né cosa fare. Ma lui ci venne incontro: “Forza, ragazzi, ditemi cos'altro volete sapere”. Ci ha chiamato ragazzi, “boys”, per tutto il tempo, con l'umiltà e la nobiltà di un grande uomo, prima ancora di un grandissimo artista, facendoci sentire parte di qualcosa di grande, più grande di noi e della nostra intervista. Non lo dimenticheremo mai.
 


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In generale il suono delle canzoni di Wildflowers è simile a quello dei tuoi primi dischi. Centra con la scelta di Rick Rubin come produttore?

Gran parte del disco è stato registrato dal vivo, senza sintetizzatori, computer o latri marchingegni. Solo le chitarre ed il suono d'insieme dei musicisti. Ci siamo concentrati soprattutto sulle canzoni e credo di aver perso più tempo a leggere e rilegger i testi che a registrarli. Volevo inserire molte canzoni perché un compact disc è decisamente costoso e, una volta composte ne abbiamo registrate una ventina nel giro di pochi giorni. In questo senso Wildflowers può essere considerato ugualmente un disco degli Heartbreakers.

Tutte le canzoni si riferiscono ad una sfera intima della tua personalità, penso a You Wreck Me o Don't Fade On Me o ancora Crawling Back To You. Cosa è cambiato rispetto a Into The Great Wide Open?

Non lo so, non mi siedo mai ad un tavolino a studiare una lirica o a progettare una canzone. Seguo solo il mio istinto. A volte mi piace raccontare delle storie attraverso dei personaggi, come in Two Gunslinger, è sempre interessante ricostruire un passato, una memoria e cercare di svelarli nel corso della canzone. Altrimenti mi piace anche essere più diretto. Wildflowers racconta e spiega i miei amici, la mia concezione dell'amicizia, questo momento della vita positivo perché riesco ad apprezzare le sfumature, la famiglia, i ragazzi, il mio cane come non era mai stato prima. E' tutto ciò che mi sta intorno che è finito in Wildflowers, c'è Wake Up Time che è molto esplicita in questo senso.

Oggi songwriter come te, Bruce Springsteen, John Mellencamp parlano nei loro dischi della vita domestica, degli aspetti famigliari, dei figli, come mai?

Perché siamo invecchiati, credo, e abbiamo una vita molto domestica. Non credo di poter cantare tutte le fantasie di quando ero teenager. Suppongo sia così.

Sarete invecchiati ma il rock n'roll è rimasto lo stesso, no?

Beh, speriamo. In effetti, gli anni sono passati dal punto di vista cronologico. Io mi sento ancora lo stesso e fortunatamente continuo a sentire nello stesso modo il rock n'roll. Riesco ancora a suonarlo, mi piace come quando ero ragazzo. Davvero è rimasto lo stesso. Certo, non sono più incazzato come allora, ma questo è un altro discotrso.
 

 

Quindi è possibile che tu scriva ancora una canzone come American Girl?

Oh, non sarebbe male. Nel tributo che le underground bands hanno fatto (You Got Lucky, A Tribute to Tom Petty,1994. n.d.r)con le mie canzoni c'è una versione differente ma mi piace l'idea, quella della versione grungy del suono Heartbreakers. Mi piace quel disco. E' strano e interessante. Quanto ad American Girl ricordo che non appena uscì Roger McGuinn mi chiamò immediatamente. Era a Los Angeles in uno studio, e quando lo raggiunsi ero proprio nervoso, emozionato. Lui mi guardò e con un sorriso mi disse." ciao, ragazzo prendi quella chitarra e vieni qui a suonare". Io la presi e suonai qualcosa di mostruoso perché ero così teso: suonare con Roger Mc Guinn, allora! Lui disse, senti lo sai, no? ho sentito per radio questa canzone, American Girl, e pensavo fosse un mio pezzo, ma non mi ricordo di averlo mai inciso. Io non sapevo più cosa dire. Pensavo di aver ferito uno dei miei eroi, qualcosa del genere e d invece Roger disse, nessun problema. Volevo solo dirti che è buona e la vorrei registrarla. Fu un grande successo per me e per tutti gli Heartbreakers.

Cosa hai provato quando Jonathan Demme ha usato American Girl  per il silenzio degli innocenti? La scena in cui l'ha inserita è una delle più angoscianti del film.

Si, però è successo in modo divertente. Sono sempre stato un fan di Jonathan Demme e stavo leggendo il libro di Thomas Harris quando hanno chiamato il mio ufficio per avere American Girl. Visto che conoscevo e apprezzavo il suo lavoro non ci sono stati problemi e tutto è filato liscio ed in fretta e così me ne sono dimenticato. Quando poi è uscito il film, un pomeriggio sono andato e vederlo e mi sono detto " ehi, ma quella è American Girl, è la mia canzone". Mi è piaciuta come l'hanno inserita e mi è piaciuta anche tutta la soundtrack in generale. Certo, non ho idea di cosa possa significare American Girl in quel preciso momento del film. Io quando l'ho scritta sicuramente non pensavo a qualche serial killer, davvero! Suppongo serva piuttosto ad inquadrare quello che andava per la maggiore nelle radio americane nella seconda metà degli anni settanta. Sai, quando una canzone dura a così a lungo nel tempo è facile trovare nuove interpretazioni, altri significati. E' un po' quello che succede con tutti i classici del rock n'roll".

Quindi potrebbe essere che Tom Petty sia una sorta di anello congiunzione tra leggende del rock n'roll come Roy Orbison e Bob Dylan e l'atteggiamento delle nuove generazioni?

Siamo comunque molto simili. Intendo dire non ho alcun rapporto con tutte queste nuove pop metal band o come le vogliamo chiamare. Credo che abbiano un'idea molto superficiale del rock n'roll: quella di diventare delle star, di fare successo, di apparire in televisione e sulle copertine dei giornali. Sento invece di avere molto in comune con molte giovani band americane, gente a cui piace sperimentare, provare, cercare, trovare altri canali, altri modi per esprimersi. Non mi interessa quale audience uno può avere, se dovrà suonare blues o rap o grunge o qualsiasi altro tipo di musica per essere passato alla radio. Io sono dell'idea che esistono soltanto due tipi di musica: la buona musica e la pessima. Per me non c'è alcuna differenza tra i R.E.M, Bob Dylan, Hank Williams e Johnny Cash.
 

Se da un lato è abbastanza facile farci un'idea di cosa si possa considerare buona musica, dall'altro non è altrettanto semplice decidere cosa non lo sia o non lo sarà. Secondo te si tratta di una questione tecnica, di gusto personale o di qualcos'altro?

Beh, io credo sia un fatto molto individuale. Ognuno dovrebbe trovare gli strumenti per capire e per scegliere cosa sia buono o meno. E' difficile da spiegare, è come cercare di definire bello o brutto un quadro, un dipinto. Una persona potrebbe essere interessata alle figure astratte, un'altra al surrealismo oppure a disegni più classici: comunque, guardi il quadro e ti può piacere o meno. E' difficile da dire. Prendi Andy Warhol, per esempio. Conosco gente che ne va pazza e altri che sostengono che sia solo spazzatura. E' qualcosa di istintivo, personale. Comunque sono d'accordo con voi, spesso è oiù facile riconoscere la buona musica.

Facciamo un esempio per capirci:possiamo considerare buona musica quella che hanno fatto i Sex Pistols?

Io credo di sì. Intendo dire, non è qualcosa di cui andrei orgoglioso, ma mi piacciono parecchie canzoni dei Sex Pistols, anche se sono altri i miei standard: Elvis, prima che andasse nell'esercito, era un grande artista ed è una musica che continuo ad ascoltare. Poi Muddy Waters, gli Animals, ma non vi posso raccontare tutta la mia collezione di dischi. Sono sempre un grande fan ed un grande compratore ed il discorso potrebbe farsi complicato. Per esempio, durante le session di Wildflowers Rick Rubin arrivava con il suo sacchetto di CD ed io arrivavo con il mio. Poi cominciavamo: " ascolta questo, ascolta quello", e via di questo passo.

Hai citato nomi di songwriter country, vieni da Gainsville, Florida, che non è poi così distante dalla Georgia dove è nato Gram Parsons. Pensi che la musica country abbia influenzato il tuo modo di scrivere le canzoni?

Yeah, sono cresciuto con quel genere di sound, è la musica che ascoltavano i miei genitori: George Jones, Tammy Wynette, tutta la country music degli anni '50 e '60. La sto riscoprendo oggi perché non mi va quella che va per la maggiore oggi, c'è poca gente che suona come allora. Si, credo che sia stata un'influenza definitiva e non solo per me, ma anche per tutta la band e per molti altri songwriter.

Le melodie delle tue canzoni però sono un po' più eccentriche di quelle country. Da questo punto di vista sembri essere stato ispirato da Beatles e Rolling Stones?
 

Forse dai Beatles, perché sono stati una grandissima influenza su di me. La prima volta che li vidi in televisione ho pensato che nella vita avevo due possibilità: o fare il contadino o fare quello che facevano loro. Poi quando ho cominciato a suonare, con le prime band, avevo l'idea di unire quello che facevano Beatles e Rolling Stones con una base orientata verso il folk. Comunque il mio intento è di essere il più onesto possibile, voglio che i ragazzi possano leggere nella mia musica quello che mi è sempre piaciuto, quelle sono le mie radici: i Beatles, gli Stones, Elvis, Chuck Berry, i Byrds, Slim Harpo, i Beach Boys. Così possono scoprire tutti questi personaggi, credo sia questa l'idea di fondo.

A volte è difficile distinguere te dal lavoro degli Heartbreakers, in particolare da Mike Campbell. Quanto è importante il suo apporto o quanto influenza la stesura definitiva delle canzoni?

Nenache un po!Beh, qualcosa si. No, davvero scherzi a parte, Michael Campbell è veramente un musicista brillante. Non ho altre parole. Generalmente cominciamo col parlare delle parti di chitarra e, devo dire la verità, tutto quello che ho imparato dello strumento è merito suo. Poi il lavoro si evolve perché la sua presenza all'interno della band è determinante. E' un punto di riferimento ed è uno che non mi hai mai mollato. Non ditegli che ve l'ho detto io se non comincia a darsi delle arie, ma è un grande musicista, sul serio.

Alla fine del tour con Bob Dylan, Mike Campbell ha detto che a volte gli sembrava di suonare qualcosa di caotico, a metà strada tra Van Morrison e gli Stooges?

Già. Suonare con Dylan è stata una grande scuola per me, aldilà del fatto che è stato influenza ed ispirazione fin dagli anni 70.  E'stata dura davvero. Abbiamo dovuto imparare un sacco di canzoni ed era una grossa responsabilità guidare la band nei suoi brani. Non è stato facile lavorare con Dylan perché fondamentalmente lui è un folksinger e gli basta una chitarra e la voce, quindi era un po' complicato infilare tutte le sue canzoni in un rock set come il nostro.. Lui è abituato a suonare come gli va, non deve andare necessariamente a tempo con qualcuno, può scegliere la tonalità che vuole, la successione dei pezzi senza scaletta. Creargli un background musicale era complicato perché non si riuscivano mai a stabilire delle regole e dei ruoli precisi. Era tutta una comunicazione velocissima tra di noi: "è una canzone in Mi", "cambia la tonalità", questo genere di messaggi. Per me è stato molto interessante perché non avevo il peso di essere anche il fromtman. Guidavo gli Hearbreakers e ogni sera era un po' come una partita di baseball, ci guardavamo negli occhi e dovevamo capire cosa fare. Alla fine gli Heartbreakers sembrava ragionassero con un solo cervello. E'stato un gran lavoro, davvero.
 

Parliamo dei tuoi dischi, il nostro preferito è sempre stato Damn The Torpedoes. E' possibile considerarlo ancora oggi il tuo disco migliore?

Il migliore in assoluto, non lo so. Sicuramente uno dei migliori. Diciamo che è stato un punto alto della mia carriera, questo sì.
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E' vero che inizialmente Hard Promises doveva intitolarsi 7.98 per reazione al rincaro del costo dei dischi?

Si, quella è stata una dura battaglia contro l'etichetta discografica. Il punto era che l'aumento del prezzo era generalizzato a tutto il catalogo ma il primo titolo che sarebbe uscito con quel prezzo era proprio Hard Promises. La cifra era 8.98 dollari e per questo ho minacciato di intitolarlo 7.98 se  fosse stato messo in circolazione con quel prezzo. La mia ida ha funzionato e alla fine i discografici hanno ceduto, almeno per quanto riguarda Hard Promises. Gli altri poi, come si è visto, invece li hanno aumentati regolarmente. Il costo dei dischi è un enorme problema. Il rock n'roll non è una musica di elite, è la musica della gente comune. Quando faccio un disco penso di farlo per tutti, non solo per chi può permetterselo.

Un disco controverso è stato Southern Accents. Quando è uscito ci è sembrato troppo sovraprodotto, oggi riascoltato suona un po' meglio...

Si, è stato un esperimento: non mi interessa rivoltare la solita terra e con Southern Accents abbiamo cercato altre aree, altra terra. Abbiamo provato a fare qualcosa di diverso, Dave Stewart è stato perfetto allo scopo. Lui è completamente pazzo ma mi piaceva il suo modo di lavorare. C'era un po' di psichedelia, non molta però. Solo per divertirsi.

Dal vivo Don't Come Around Here Non More diventava uno spettacolo a parte: c'erano le ombre che si rincorrevano sul palco, il baule con tutti gli effetti e alla fine uscivi col simbolo della non violenza. Che idea c'era dietro quella allegoria?

Solo divertimento. Forse, per tornare a ciò che si diceva prima, per riprodurre un po' l'atmosfera psichedelica del video di Don't Come Around Here No More. Non che ci fosse un gran background come idea. Però era molto divertente: i personaggi che mi rincorrevano erano i tecnici del suono e ogni volta impazzivano perché non sapevano mai da dove sarei uscito. Era un modo per spezzare il ritmo, la tensione del concerto.

In Southern Accents c'è questa canzone, Spike, che ci ricorda lo stile di J.J Cale...

Oh, amo J.J Cale, è uno dei miei eroi. Il problema di quella canzone è che è stata incompresa dalla maggior parte delle persone. Tutti pensavano che Spike fossi io, invece è solo un personaggio, non c'è nulla di personale.
 

Il live Pack Up The Plantation è stato un po' una delusione, è chiara la tua passione per il soul ed il r&b ma i fiati in quel disco centravano poco col suono degli Heartbreakers..

Sono perfettamente d'accordo. Non lo suono mai quel disco. E'stata una registrazione sfortunata, davvero. Ci sono dei bootleg migliori. Credo che ci sia in circolazione anche qualcosa della mia prima band, i Mudcrutch.

Ad ogni modo gli Heartbreakers sono sempre stati una grande live band. Pensi che i loro suono abbia influenzato quei gruppi che stanno venendo allo scoperto come Counting Crows, Billy Pilgrim, Jayhawks, Hootie and The Blowfish?

Beh, sarei molto contento se gli Heartbreakers fossero stati motivo di ispirazione per qualcuno perché c'è così tanta gente che ha influenzato me che mi sembra naturale passare il testimone. E' una particolarità del rock n'roll questa.

Quanto conta per un songwriter avere una buona band?

Beh, io considero un lusso avere una band. E' un grande stimolo perché se hai un gruppo lo devi anche portare in giro ed in tutti questi anni di lavoro siamo diventati come fratelli. C'è una dinamica molto importante perché ognuno rispetta l'essenza della band e si sta insieme perché si ama la stessa musica, si hanno gli stessi obiettivi. Il lato strano di tutta la faccenda è che dopo diciotto anni che si vive nelle stesse stanze, nello stesso aereo, nello stesso bus, gomito a gomito, l'esperienza può diventare quasi noiosa e le dinamiche non sono più quelle di una rock n'roll band ma quelle di una famiglia. Comunque gli Heartbreakers sono una buona band.

Bill Flanagan ha detto che al di là del successo o dei risultati ogni rock n'roll band ha qualcosa di speciale. Sei d'accordo?

Oh, Bill è sempre brillante ed è un nostro amico e ha sempre delle idee molto interessanti, ma non so cosa volesse realmente dire con quella frase. Certo, una band è una fonte di energia ma quello che è più importante è la musica. Il rock n'roll ha salvato la mia vita, si dice così, no? E' questo il punto. suonare rock n'roll resta comunque un lavoro di gran lunga molto più interessanate di ogni altro. Credo di essere stato fortunato in questo senso.

In Let Me Up (I've Had Enough) c'era quella canzone, Runaway Train , che ha lo stesso titolo del film di Konchalowsky (A trenta secondi dalla fine n.d.r) , c'è qualche attinenza?

Oh, ho presente il film ma la canzone è tutta un'altra storia, è un modo di dire tutto americano. Ad ogni modo, mi piace Let Me Up , penso sia un buon disco, infatti negli Usa non ha venduto per niente.
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Ci sembra che il grosso salto di qualità come songwriter sia venuto con Full Moon Fever , un album in cui hai cercato di scrivere le canzoni in un modo un po' diverso dando più spazio alle chitarre acustiche, per esempio..

Si, Full Moon Fever è stao registrato in un modo molto veloce, alla fine del tour con Dylan. Jeff Lynne ha avuto un ruolo molto importante nella lavorazione del disco ma quello che ha determinato il risultato finale è stato che le idee arrivavano così, in fretta. Cosa molto rara, riuscivo ad essere molto prolifico e Full Moon Fever è stato un album che è stato registrato con molta facilità. Forse anche per questo si può ascoltare altrettanto facilmente.

Il capitolo successivo, per certi versi simile, è Into The Great Wide Open, un grosso successo

Si, ho scritto quell'album durante la guerra del Golfo, ci sono molte idee riguardo la fine degli anni ottanta e ciò che abbiamo perso. Ho cercato di scrivere di soggetti che in qualche modo avessero a che fare, anche indirettamente, con la guerra, con il mondo delle corporazioni e tutto quel genere di cose. Credo di aver scritto per Into The Great Wide Open le mie liriche migliori. Mi è piaciuto molto usare metafore come Learning To Fly o Two Gunslingers, per esempio. Si, Into The Great Wide Open è uno dei miei dischi preferiti.

Hai visto o sentito qualche songwriter di recente che possa continuare il lavoro fatto da te, da Mellencamp, da Springsteen?

Beh, al momento mi sembra di no e spero che continui ancora così perché il mio cervello funziona ancora e vorrei continuare a scrivere canzoni. Insomma, quando ho compiuto quaranta anni mi sentivo triste, credevo di essere diventato vecchio, questo genere di cose. Poi sono arrivati i miei amici, abbiamo fatto una bella festa e tutto è passato. Mi sento ancora in corsa, non vedo motivi per cui dovrei smettere o cambiare lavoro. Non lo so, c'è questo ragazzo che si chiama Billy Kong, mi piace e mi piacciono anche parecchie delle nuove band. Hanno un approccio diretto, molto naturale. Onesto. Di songwriter poi ce n'è uno per ogni strada, la differenza è il lavoro che ci metti: scrivere una canzone non è un happening. D'accordo, a volte è un divertimento andare in tour o registrare con gli amici, ma per quello devi averle, le canzoni. E scrivere è come pescare:ogni tanto riesci a prendere qualcosa, altrimenti rimani con il tuo sacchetto vuoto. E' un lavoro complicato. Posso immaginare come facciano Bruce o Mellencamp, ci lavorano sodo. Capita che le canzoni vengano più naturalmente: per Wildflowers è stata la prima volta nella mia vita che le canzoni siano uscite così, tutte insieme, parole e musiche, in pochi giorni. Tanto è vero che quando sono arrivato con il demotape in studio, Mike Campbell le ha sentite e mi ha chiesto, "chi è questo tizio?" Non so come sia potuto succedere, forse è perché ho raggiunto uno speciale stadio di maturità, non lo so. So solo che le canzoni di Wildflowers partivano con un verso e poi arrivava il chorus, un ponte, il middle eight ed un finale. Una dopo l'altra. Scrivere canzoni è strano. A volte capita di uscire per strada, così per farsi un giro, e tornare con un paio di pezzi già finiti. Altre invece è tutto più freddo: puoi stare a suonare il piano o la chitarra tutto il giorno e non ne viene fuori nulla. E comunque sia che si tratti di tre minuti o tre giorni o tre mesi è sempre con un duro lavoro che si arriva alla fine di una grande canzone.

 MARCO DENTI e MAURO ZAMBELLINI   

questa intervista è apparsa originariamente sul numero 203 del Mucchio Selvaggio, dicembre 1994

 

 

 


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martedì 1 agosto 2017

UN DISCO PER L'ESTATE

 
C'è più di una ragione per considerare questo disco intitolato The Magpie Salute (come il gruppo stesso), la più credibile eredità di quello che sono stati i Black Crowes, l'eccitante band americana che nel fin de siecle ha tenuto testa al grunge con la loro esplosiva miscela di rock, soul psichedelico e blues. In primis il fatto che quattro dei suoi membri arrivino direttamente da quella storica formazione, innanzitutto il chitarrista e cantante Rich Robinson, fratello del più noto Chris, l'altro chitarrista Marc Ford che, a parere di chi scrive, è stata una delle pedine fondamentali dei loro album migliori per quel suo suonare funambolico e fantasioso, giusto alter ego al rigore blues-rock di Rich. E poi il diligente Sven Pipien ed il magistrale tastierista Eddie Harsch, purtroppo scomparso alla fine delle registrazioni di questo album. In più possiamo aggiungere una delle voci di supporto, Charity White, anche lei un tempo alla corte del gruppo di Atlanta, qui in compagnia di John Hogg (ex Hookah Brown), Adrian Reju, Danielia Cotton e Katrine Ottosen. Completano la band il batterista Joe Magistro, il tastierista Matt Slocum ed un altro chitarrista, Nico Breciartua. Un ensemble di dieci persone, una band ad ampio raggio di azione come nella migliore tradizione del sud, capace di rievocare gli esordi hard dei Crowes con brani duri e sferraglianti, è il caso dell'iniziale Omission e nello stesso tempo di ripristinare l'esaltante sound del periodo d'oro della band con una fluida e magistrale versione di Wiser Time pescata da Amorica e poi camminare nelle nuvole di Before The Frost.... con una What Is Home che qui sembra uscita da un disco di Crosby, Stills, Nash & Young prima di concludersi in una jam allmaniana. Basterebbe questo per chiudere la pratica su chi spetta l'eredità dei Black Crowes e accantonare le pretese lisergiche di Chris Robinson Brotherhood e i fluttuanti tentativi di Rich Robinson con la sua band. The Magpie Salute anche per via di una ispirazione senza steccati e pressioni è  accattivante e appagante come lo erano i dischi dei Corvi Neri e se ciò non basta a rendere la vostra estate ancora più calda delle temperature che si registrano in questi giorni, c'è dell'altro.
 

Goin' Down South ad esempio, scritta dal jazzista Bobby Hutcherson, è una jam strumentale che cresce attorno al vibrafono di Karl Berger e ha i numeri per dare lezioni a quanti si cimentano in jam e crossover varie. Sorniona, ipnotica, jazzata nelle tastiere, molto Grateful Dead nelle chitarre, qui Rich Robinson se la spara alla grande, si libera leggera attraverso 7 e passa minuti di musica liquida e celestiale, ottenendo in un sol colpo quello che CRB ha cercato di  fare con quattro album. Eccelsa, splendidamente psichedelica. Anche War Drums tratta dal repertorio dei War rivanga quella stagione della west-coast tra sessanta e settanta. Altri nove minuti di amabili fusioni, tra jazz, psichedelia, rock, blues, incroci strumentali, divagazioni libere, collettivo ed individualità che si amalgamano come in un ensemble jazz di provata esperienza. Forse manca la canzone vera e propria ma chi se ne frega, qui c'è un sound che entra sotto pelle e libera quel piacere fisico che regala la musica quando sgorga spontanea, improvvisata, istintiva. Il disco è difatti registrato dal vivo per la maggior parte, e si sente, a Woodstock negli Applehead Recording Studio dove è solito lavorare Rich Robinson. Il finale del brano è un fiume in piena e scrosciano gli applausi.
 

Nemmeno le radici dei Black Crowes sono andate perse con i Magpie Salute, il traditional Ain't No More Cane è un evidente omaggio al suono e allo stile di The Band, la suonavano anche loro, con quell'atmosfera pacata, corale e bucolica delle ballate rurali sporcate di rock, ottimo l'interplay tra chitarre e Hammond, misurato il lavoro della sezione ritmica.  Glad and Sorry va direttamente al cuore, ad una delle band più amate dai fratelli Robinson ovvero i Faces. E' una composizione di Ronnie Lane che i Magpie Salute rivedono con grande compostezza ripristinando l'umore malinconico, sognante e british che Ronnie Lane sapeva trarre dal suo songwriting. Bellissima e arricchita da uno squisito solo di chitarra che sposta lo scenario verso il Dickey Betts di Brothers and Sisters . Pregevole è pure Fearless presa dall'enorme serbatoio dei Pink Floyd e qui americanizzata a dovere per poter entrare nel contesto del disco. Disco che si chiude con il profetico reggae-soul di Time Will Tell di Bob Marley, altra valida ragione per attribuire ai Magpie Salute l'eredità dei Corvi Neri,  faceva da finale al fantastico The Southern Harmony and Musical Company.

Amanti delle cucine del sud, c'è bisogno di altro per dirvi qual'è l'ingrediente con cui dovete speziare la vostra estate?

MAURO   ZAMBELLINI    1 agosto 2017





mercoledì 12 luglio 2017

TOM PETTY and THE HEARTBREAKERS HYDE PARK 9 luglio 2017


L'ultima data del British Summer Time, appuntamento nel verde di Hyde Park diventato un classico dell'estate rock londinese  dopo il concerto dei Rolling Stones del 2013 e quello degli Who del 2015, vede come headliner Tom Petty and The Heartbreakers ed  è un boccone troppo ghiotto da lasciarsi sfuggire anche perché è l'unica data europea del suo tour del quarantennale.  I cancelli si aprono verso mezzogiorno ed il pubblico è già numeroso, c'è un piccolo palco per le esibizioni, un susseguirsi di postazioni per lo street food,  la birra e i drink,  un merchandising che vende magliette senza un attimo di tregua.

Ma è l'enorme Great Oak Stage il colpo d'occhio maggiore anche se il sole è alto ed il caldo più da pianura padana che da parco londinese, nonostante minacciose previsioni di pioggia. Imponenti querce (simulate) le cui fronde verdi sovrastano e contornano l'enorme palco danno l'idea di un ottocentesco quadro bucolico che al tramonto, grazie alla luce e agli effetti degli schermi,  si confonde con la vegetazione ed il cielo di Hyde Park. Suggestivo.  Quando prendo posto nel secondo girone sotto il palco, il gold circle, sono già all'azione James Hunter Six. 


 Con un torrido set di 40 minuti incrociano soul, R&B, qualche scampolo di blues e diverso northern soul,  musica calda, coinvolgente ed una salda conoscenza del genere messa al servizio di una interpretazione affatto banale e standard. James Hunter è un vocalist dall'ugola negroide benedetto prima da Van Morrison e poi da Allen Toussaint.  Viso rugoso da marinaio segnato dal sole, piccolo ma muscoloso, camicia rossa e Gibson in mano, canta convinto una musica figlia di James Brown, Sam Cooke, Jackie Wilson e con la sua bella voce da soul singer anni '50 non sfigura rispetto ai suoi maestri. Lo avevo visto qualche anno fa in azione a Narcao Blues ma fu un set piuttosto monotono e stanco, tutto diverso dalla esibizione londinese,  gagliarda e carica di feeling  in virtù anche di una eccellente sezione ritmica, batteria e contrabbasso, che sa essere soft nei brani di più esplicito orientamento northern soul con qualche infiltrazione jazz. Hunter è un soulman bianco dal piglio operaio, un commitment  di Colchester, Essex, nato nel 1962, orgoglioso di tenere in vita senza nostalgia una formula che in Inghilterra ha sempre fatto proseliti. Nei Six ci sono un pianista che sa il fatto suo e due scoppiettanti sassofonisti, baritono e tenore,  un combo che anche su disco ha mostrato le sue qualità e la predilezione per la sponda "nera" del rock n'roll.  The Hard Way e Minute By Minute sono due dischi che consiglio a chiunque coltivi tali orticelli.
 

Dopo di loro è la volta degli  Shelters, quartetto di Los Angeles con un unico disco alle spalle prodotto da Tom Petty. Si passa dalla fuliggine inglese al sole californiano ed è un altra storia. Due chitarristi diversi che cantano insieme o alternativamente,  trascinano un set bruciante ed elettrico, pur con moderne aperture melodiche.  Josh Jove suona la Gretsch e assomiglia ad un giovane Phil Alvin, stesso viso stessa brillantina, è il rocker della band, quello con una impostazione più classicamente rock n'roll,  gli fa da contraltare lo scatenato Chase Simpson, veemenza  grungy e fulminee entrate di chitarra, capelli al vento e morsi da teppista sonoro. Si dividono i compiti ma sono complementari,  grintosi, veloci, diretti,  la giusta attitudine per abbracciare rock garagista e power-pop,  concedersi a qualche frastuono grunge, colorare il set con uno sporadico pastello psichedelico ed unirsi in abbaglianti armonie di pop inglese alla Kinks. Attorno a loro il bassista Jacob Pillott addenta il ritmo come una iena mentre Sebastian Harris picchia sulla batteria come un ossesso.  Va in scena il loro album, un rock californiano giovane e vitaminico sposa i Replacements con Tom Petty ed è un matrimonio originale,  non il desueto rumore di tante band alternative che giocano sul sound senza avere un briciolo di idea di canzone.  Qui c'è  respiro e varietà oltre che determinazione,  gli sconosciuti  Shelters infiammano Hyde Park con un set di energia e bravura. Applausi.
 

Quando entrano in scena i Lumineers è ancora pomeriggio ed il caldo non molla. Gli spazi tra i presenti si riducono perché cala la marea del pubblico di ultima generazione  che sgomita per accaparrarsi le prime fila senza rispetto per chi ha sudato ore per tenersi la propria non idilliaca posizione.  E' il pubblico delle band di moda e non tardo molto a capirlo perché non passano molti minuti prima che tutti accompagnino  con degli insopportabili coretti di oooooh, eeeeeh, aaaah,  da concerto di Vasco le canzoni che un belloccio ma talvolta stonato cantante con aria messianica sta riversando dal palco.   I suoi compagni sono un tastierista che suona un pianoforte grande come uno yacht ma si sente a malapena, un bassista insignificante, una violoncellista imbalsamata con viso di porcellana ed uno che batte sui tamburi come fanno i Mumford and Sons creando un aspettativa di canzone che non decolla mai e rimane sempre al punto di partenza. Devo ammettere che questo folk-rock di respiro vagamente celtico (compresi Mumford & Sons, Monster of Men e compagnia bella) mi annoia oltre misura perché tutto uguale, fasullo e falsamente popolare. I Lumineers cantano la stessa canzone per cinquanta minuti, ripetitivi e senza alcun appeal melodico,  hanno come unico intento coinvolgere un pubblico di bocca buona con coretti e ritornelli che si cantano come in un karaoke. Vadano a quel paese con le loro canzonette, le loro barbe,  i loro piedi scalzi, il loro tamburo, le loro bretelle ed il loro pubblico.  I Pogues erano un' altra cosa.
 

Il tramonto lo porta  la fatalona Stevie Nicks, sono le 18 e dopo  Gold and Brain è subito Fleetwood Mac con  Gypsy, zingaresca ballata di un epoca d'oro californiana. Scrosciano applausi ed urla, lei bionda vestita di nero, grandi occhiali scuri adornata da veli e scialli, appare come una suadente maga gotica che inscena un set romantico dove immagini di piogge urbane, lupi della steppa, castelli incantati e vampiri, simboli runici fanno da coreografia ad una musica che si vorrebbe fatale e sognante. Ma così non è perché se Stevie Nicks  è quella di sempre, la voce intatta sintonizzata su un unica tonalità e i modi da regina, oggi decaduta ed invecchiata, di una ricca California rock, compresi i continui cambi di scialle, lo svolazzo dei veli, le unghie vampiresche ed il vaporoso ondeggiare sul palco, la band suona un ampolloso sound da anni ottanta, debordante nelle tastiere e plateale nelle chitarre, roba che si usa solo in qualche galà a Las Vegas. Un sound vecchio e sorpassato, laccato e tronfio, non aiutato dalla presenza di Waddy Wachtel, chitarrista che abbiamo amato con Warren Zevon, Jackson Browne, X-Pensive Winos, Linda Ronstadt ma che sul palco di Hyde Park sembra più concentrato in platealità da Reo Speedwagon.  Certo rimangono le canzoni indimenticabili della Nicks,  Dreams,  Gold Dust Woman, Criyng In The Night, Belladonna, una lunga Rhiannon interpretata con ardore e passione ma l'enfasi del set è troppo pomposa per sedurre,  non tanto per la sua regale e teatrale esibizione quanto per il suono di una band che sembra appartenere ad un'altra era.  Il pubblico applaude in massa e la Nicks lo ricambia con una intima versione di Landslide.  Dice di essere lì grazie a Tom Petty " la sua star preferita".  
 

Che ci sia stima reciproca lo si vede di lì a poco quando Tom Petty la invita sul Grand Oak Stage per cantare insieme una bella versione di Stop Draggin' My Heart Around   un ricordo dei loro primi anni ottanta quando tutto girava facile ed eccitante attorno a loro.

 
Ma se Stevie Nicks è ancorata ai ricordi, così non è  Tom Petty e i suoi Heartbreakers la più potente, lucida, scintillante, coordinata rock n'roll band oggi in circolazione, capace di unire poesia e crudezze, storie di strada e malinconie da loser, visioni bucoliche e amori spezzati,  romantica e spietata nel giro di poche note, un insieme di musicisti ed un songwriter che ti mettono al tappeto non ricorrendo all' impeto del comunicatore e tanto meno al fisico e carnale intrattenitore messianico ma con l'esclusivo potere della musica, del rock n'roll.   Una band stratosferica che suona a memoria e con divertimento, precisa e in scioltezza dietro ad un leader che non fa nulla per nascondere la sua età, compresa una pancetta incipiente e dei fastidi alla schiena,  ma è la quintessenza del rocker:  voce nasale, chitarrista eccellente, posa da ribelle con camicia rossa e gilè nero,  tra il disincantato e lo spiritoso, autore superlativo,  tenero e nostalgico quando con la chitarra acustica intona Learning To Fly e Wild Flowers, due momenti da magone complici le immagini che sullo schermo rievocano la sua storia e quella band,  ma attento a non celebrarsi sfoderando un tiro che va dritto senza fronzoli su quelle strade che hanno fatto il rock americano .  Dai Creedence ai Byrds, da Dylan a Springsteen, dal pop alla psichedelia compresa una sporca versione di I Should Have Know It, unico estratto di Mojo, una sorsata di bourbon col grado alcolico dei Black Crowes. 

 E il Tom Petty di oggi ricorda un po' Chris Robinson,  la barba incolta, i capelli lunghi, l'aria del vagabondo, la giacca militare da reduce del Vietnam indossata all'inizio dello show. Un inizio all'insegna del più puro rock n'roll con un titolo del primissimo album, Rockin' Around (With You) come volesse ringraziare Londra e l'intera Inghilterra per essere stato accettato all'inizio di carriera prima che nella madre patria. Le cose cambieranno con Damn The Torpedoes ma grazie ad un lancio promozionale che cavalcava l'ondata punk, Tom Petty riscosse il primo seguito in Inghilterra, cosa che non ha dimenticato ringraziando più volte con gentilezza e trasporto il  pubblico di Hyde Park (to be here on such beautiful London summer is amazing) e dalla felicità che traspariva nelle presentazioni delle canzoni, spesso umoristiche come nell'introduzione delle due belle coriste e ballerine inglesi, le sorelle Charlie e Hattie Webb già protagoniste con Leonard Cohen.  E' bastato l'intro chitarristico di Mary Jane's Last Dance, secondo brano dello show, a scatenare i 65 mila di Hyde Park con quella aria stracciona di un folk-rock da deserta terra di nessuno losangelena, contrappuntata dall'armonica di Scott Thurston  anche se poi è stata You Don't Know How It Feels a far capire che lo show sarebbe stato un gigantesco album della sua carriera dove trovare pezzi famosi e tracce meno conosciute, come Forgotten Man unico estratto dal recente Hypnotic Eye e come la semisconosciuta Walls della colonna sonora di She's The one.  Non so se sia una questione di diritti d'autore o che altro ma gli album più setacciati sono stati quelli a nome Tom Petty senza gli Heartbreakers ovvero Full Moon Fever e Wildflowers, ue autentici capolavori. Dal primo sono arrivate You Don't Know How It Feels,  una stellare e rarefatta versione di It's Good To Be A King, come a Lucca uno degli apici del concerto ma qui arricchito da una coda ancora più psichedelica e devastante, la malinconica ballata Crawling Back To You, l'acustica Wildflowers  e la byrdsiana You Wreck Me  con accordi alla Chuck Berry.  Dal secondo sono state prese I Won't Back Down,  la corale Yer So Bad con Petty all'acustica e Campbell con la Rickenbacker, l'evocativa Free Fallin' cantata da tutto Hyde Park ed una micidiale Runnin' Down A Dream dove gli Heartbreakers hanno cancellato ogni dubbio, sono  loro la miglior band oggi in circolazione nel classic rock.  
 
Benmont Tench e Mike Campell sono due mostri, il polistrumentista Scott Thurston la riserva che ti fa vincere la Champions, Steve Ferrone l'orologiaio della congrega, le due coriste uno spettacolo di semplicità ed erotismo senza ricorrere a banali esibizioni di nudità e lingerie.  E Tom il rocker che non fa omelie esistenziali o distribuisce messaggi universali se non quello di regalarti due ore di paradiso senza preghiere e fanatismi. Attraverso uno spettacolo superbo dove Refugee suona intatta come una volta, Don't Come Around Here No More vale più  di venti anni di brit-pop psichedelico e  American  Girl è ancora lì fresca e luminosa come quella ragazza che incontrammo a ventanni. Tutto ciò incorniciato da una coreografia di immagini, luci, disegni, ritagli di giornali e dischi, foto di chi c'è e chi c'era, strade, macchine e motel,  flash stroboscobici e raffinatezze optical, rigorosità geometriche ed esplosioni di colori, una coreografia elegante e seducente ma di straordinario impatto visivo, perfettamente coordinata con la musica. Tante emozioni ed una musica che appaga in modo totale.  Sarà difficile per me recensire il prossimo concerto perché Tom Petty and The Heartbreakers ad Hyde Park 2017 hanno rasentato la perfezione.

MAURO  ZAMBELLINI   LUGLIO 2017  

 























giovedì 18 maggio 2017

LITTLE STEVEN Soulfire


Lo stesso Miami Steve Van Zandt ha definito Soulfire  il disco di una vita, quello che ripercorre tutta la sua storia di artista, performer, produttore, arrangiatore e compositore. Dodici titoli divisi tra cover, canzoni nuove, reinterpretazioni di quelli che l'autore ritiene i migliori brani scritti nella sua carriera. Ci sono canzoni che provengono dai dischi con Southside Johnny & The Asbury Jukes, un titolo di Gary U.S Bonds, cover di Etta James, James Brown, Electric Flag, "in quest'album ci sono io che faccio me stesso".

Erano ventanni che Little Steven non pubblicava un disco a suo nome, l'idea è nata l'ottobre scorso quando con la sua storica band, The Disciples of Soul, è stato invitato a suonare al BluesFest di Londra. "Sebbene in gioventù abbia avuto un periodo blues non ho mai registrato del vero blues urbano di Chicago, ho preso in seguito altre direzioni ma il BluesFest mi ha fornito l'occasione di rivedere alcune cose e riarrangiarle, Così ho fatto per The Blues Is My Business di Kevin Bowe e Todd Cerney registrata da Etta James nel 2003". E' uno dei titoli di Soulfire, il disco scaturito dall'apparizione londinese, una one night only performance che si è trasformata in un album e nella tournee estiva attualmente in corso.  A quel gruppo di disadattati, ladri e portuali che sono i Disciples of Soul ( sono parole sue) si sono aggiunte tre coriste ed una sezione fiati, tra cui Stan Harrison e Eddie Manion degli Asbury Jukes/Miami Horns, con quella ciurma Little Steven si è infilato nel suo studio di New York aiutato dal produttore Geoff Sanoff (Fountains of Wayne, Stephen Colbert) e dal chitarrista Marc Ribler. Mixato dallo specialista Bob Clearmountain (Springsteen, Who, Bowie, Rolling Stones) e da Bob Ludwig ne è uscito un disco potente, brillante, febbrile, eccitante, dove le trombe, i tromboni e i sassofoni del soul hanno incontrato le chitarre del rock n'roll come nei primi album di Southside Johnny prodotti dallo stesso Van Zandt, recentemente ristampati in un doppio CD col titolo di The Fever. Roba calda, trascinante, che rimanda a quel sound tipico del Jersey Shore pre-The River, un mix di torrido R&B, sanguigno soul e sguaiato rock chitarristico, uno stile che il tempo e le nuove mode hanno affossato e adesso Soulfire riporta  a galla.
 

Non ci vuole tanto per entrare in sintonia con un tale disco, bastano le note delle prime due tracce per ritornare giovani. La prima, che dà il titolo all'album, è stata scritta da Little Steven con Anders Bruus della band danese dei Breakers, uno dei tanti gruppi passati nel suo programma radiofonico, ed è un rock venato di garage soul incattivito da graffi chitarristici, arrangiato da una travolgente sezione fiati. Little Steven canta come non capitava da anni, si sente concettualmente coinvolto dal progetto e  ridà voce a quel mood che faceva del primo disco coi Disciples of Soul, l'ottimo Men Without Women, un manifesto di gioiosa liberazione maschile al suono del rhythm and blues. Quel fuoco soul e quell'anima ribelle la ritroviamo in I'm Coming Back, titolo di Better Days  altro album di Southside Johnny prodotto nel 1991  da Little Steven, quindici anni dopo l'esordio di John Lyon. E' un brano spudoratamente springsteeniano sebbene ci siano cori e fiati, Little Steven trascina e canta con la foga di un predicatore soul, sembra un miracolo averlo ancora così dopo tante pallide esibizioni con il Boss. Toni caldi e febbricitanti anche in The Blues Is My Business di Etta James, il rock è qui diluito, si fa per dire, da una dose di scalpitante e chiassoso R&B ma le chitarre urlano fameliche e la festa sembra ormai nel vivo via. Il tempo di una pausa, I Saw The Light originariamente scritta per Richie Sambora è solo un po' più smorzata, ma le voci femminili e diversi solo di chitarra le danno carica e anticipano il clou del party. Dal carnet di Southside Johnny arrivano altri quattro titoli. Due facevano parte di quel manifesto dell'Asbury Sound che è This Time It's For Real, anno 1977.

 
Some Things Just Don't Change è puro Motown sound, Little Steven l'ha scritta con in mente i Temptations, l'afflato è romantico, la voce è meno negroide di quella di Southside Johnny ma la sua disperata richiesta d'amore è commovente. Magnifico il finale, con Little Steven che urla e supplica come fosse Joe Tex. Coreografia wall of sound per Love On The Wrong Side of Town co-scritta con Bruce Springsteen, una ballad sontuosa zeppa di arrangiamenti orchestrali da boheme di New York, l'avrei vista bene in Return To Magenta di Mink DeVille. I Don't Want To Go Home dava il titolo all'album esordio di Southside Johnny and The Asbury Jukes ed è la prima canzone in ordine di tempo scritta da Van Zandt affascinato da quel suono e quel romanticismo che i Drifters avevano imposto tra la fine degli anni cinquanta e l'inizio dei sessanta. La scrisse per Ben E.King ma non ebbe mai il coraggio di proporgliela. Aperta da una pomposa sezione fiati e da una chitarra acustica si tramuta in una ballad col cuore in mano, accorata, struggente come lo potevano essere quelle ballate che quel manipolo di pionieri della costa del Jersey portavano in giro in quegli anni. Little Steven pronuncia il celebre verso reach up and touch the sky con cui Southside Johnny titolerà il suo primo live ufficiale, i Persuasions fanno i cori, ce n'è a sufficienza per accompagnarvi sulla scala del paradiso. Decisamente sferzante e cruda è Ride The Night Away co-scritta con Steve Jordan per il soul-rocker australiano Jimmy Barnes e poi finita in Better Days. Rock di chitarre e di avventure, gli immancabili fiati, i cori, le voci redenti in cerca di una terra promessa, questo è quello che manca a Bruce Springsteen da almeno quindici anni ed invece Little Steven sa ancora trasmettere.
 

I Persuasions ci sono anche in The City Weeps Tonight, un doo-wop in salsa newyorchese che sa di passeggiate mano nella mano sulla boardwalk mentre sempre New York City è il cuore di Down and Out In New York City, cover di un James Brown del 1973 e tema del film Black Caesar. Intrisa di bassi slappati, rifiniture jazz, flauti, trombe, sonorità urbane, ritmo sincopato, orchestrazioni da Philly Sound, è puro soul nel segno della blaxploitation sullo stile di Shaft. Episodio anomalo, unico nella discografia di Little Steven, una sorta di colonna sonora influenzata dallo score di Lilyhammer, provata dal vivo al BluesFest londinese e riarrangiata nelle session del disco.
 

Le ultime due tracce di Soulfire riguardano la ripresa di Standing In The Line of Fire co-scritta per l'omonimo album di Gary U.S Bonds e qui rimessa a nuovo con una coloritura spaghetti-western, come se quest'ultimo avesse incontrato Ennio Morricone, e Saint Valentine Day scritta per Nancy Sinatra ma poi finita in un disco delle Cocktail Slippers. Little Steven canta ombroso un altro di quei pezzacci che sanno di rock alla Springsteen fino al midollo, ci sono però i fiati e i cori femminili a ribadire la natura profonda di Soulfire ovvero "soul horns meet rock n'roll guitars". Come dire un pezzo di musica americana dello scorso secolo rimessa a nuovo da un Sopranos. Dio benedica Miami Steve Van Zandt.

MAURO  ZAMBELLINI      MAGGIO 2017